«I nostri valori sotterrati

Angelo Mellone
Dici Lidia Ravera e pensi alla tribù giacobina di Micromega e a Porci con le ali, il libro-cult della teologia della liberazione sessuale degli anni Settanta. Poi ricordi che di libri ne ha scritti altri diciassette, l’ultimo dei quali, Eterna ragazza (Rizzoli, pagg. 410, euro 18,50), è una bella storia sull’amore e le sue deformazioni: «È anche un romanzo sul tempo, una delle mie ossessioni. Qui il tempo atmosferico vice sul tempo cronologico». Siamo a Trastevere con vista sul Gianicolo, ma si parla di Stromboli, che tanta parte ha nel romanzo: «È un luogo dell’anima che mi ha occupato l'immaginario. Ci osservi la forza naturale degli elementi, il fuoco del vulcano, l'aria, la terra, la spiaggia nera. Mi ha conquistato dopo esserci capitata per caso a presentare il mio Il freddo dentro, sulla vicenda di Erika De Nardo».
La sedicenne che col fidanzatino Omar ammazzò nel febbraio 2001 madre e fratello. Non è un caso isolato, dalle bestie di Satana al bullismo contro i down la brutalità dei giovanissimi è diventata cronaca quotidiana: è una novità o è solo la morbosa curiosità dei media?
«No no, è in atto una pericolossima rimozione dell'interdetto, come se il Super-Io collettivo si fosse terribilmente indebolito. Il rituale barbarico della violenza di gruppo non si nasconde più. Certe volte, anzi, diviene orgogliosa ostentazione che viene ripresa con un cellulare e diffusa via Internet. Ci si vanta, della brutalità. Complessivamente, la società sta perdendo la dimensione etica. In giro ci sono troppi modelli sbagliati e i giovani, si sa, hanno bisogno di modelli per orientarsi. È una forma di debolezza che vinci col tempo, ma nella giovinezza è essenziale».
Sembra di ascoltare il cardinale Ruini...
«Io sono sempre stata atea, ma sono cresciuta nella chiesa “comunista”, seppur nella forma non sovietica della sinistra extraparlamentare. E sempre una chiesa era. Con tutte le follie e gli errori, coltivavamo pur sempre una fortissima dimensione etica. Quando si cresce nei gruppi politici ci si allena a interrogarsi, ci si incontra per parlare dell'Altro: il mondo, la politica, la società perfetta. C'è l'abitudine a ragionare, e cercare, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Tutto questo è finito. Oggi il fine della socialità giovanile è l'incontrarsi tanto per incontrarsi, una dimensione di puro divertimento. Divergere da sé, distrarsi. Punto».
Un conservatore non avrebbe dubbi: è un effetto perverso del nichilismo prodotto dall'onda lunga della Contestazione.
«Se è un effetto perverso, lo è in quanto figlio della cultura del narcisismo. Vede, la battaglia per l'emancipazione femminile negli anni Settanta è stata importantissima, la rivendicazione “io sono” ci consentiva di vivere da persone intere. Oggi si comincia dicendo “io sono” e si finisce per non dire nient'altro. È la deriva della critica dell'ideologia del sacrificio. Io e miei coetanei siamo cresciuti in una cultura che stabiliva l'equazione tra “vita” e “sacrificio”: negli anni Sessanta c'era il mito letterario e cinematografico del figlio di operaio che diventa medico, ci si sacrificava per salire la scala sociale, eravamo un popolo di risparmiatori. Noi siamo stati la prima generazione che ha preteso di vivere il presente, affermando la liceità di inseguire il godimento. Non ci interessavano né il paradiso né il sol dell'avvenire delle ideologie. L'inversione della cultura dominante, all'epoca, è stata utile per svecchiare l'Italia, per affermare i “diritti” alla vita».
A forza di emancipazione ci siamo spinti troppo in avanti?
«Oggi insieme al sacrificio è stata bandita la progettualità. L'abbiamo sciolta in un immenso presente, dilatato, in cui niente conta e tutto si può fare. Nei giovani c'è assenza di futuro, e c'è anche una involuzione-evoluzione nel rapporto tra genitori e figli, trasformato dai primi in acritica adorazione. Qualunque cosa facciano i nostri figli non vanno sgridati o criticati. In ultima analisi, non vanno educati. Questi rapporti orizzontali del tipo “sono il migliore amico di mio figlio” sono un penoso scarico di responsabilità. Cosa crede, per essere genitori “progressisti” e libertari devi lavorare come un facchino, perché non si vuole reprimere e al tempo stesso si vuole far introiettare ai propri figli una serie di prìncipi solidi. Se si gioca a fare i genitori giovaniformi il prodotto sono adolescenti senza struttura morale, privi di autodisciplina».
Parliamo un po' di politica.
«Lo sapevo».
Che cosa?
«Che finivamo a parlare di politica. Io volevo parlare di letteratura».
Non possiamo esimerci. Lei è l'incarnazione del Perfetto Girotondino. E poi, leggendo i suoi pezzi sull'Unità sembra che la passione politica sia come il suo accento torinese: passano gli anni ma non scompare.
«Sì, è una specie di riflesso condizionato - sono pur sempre figlia del Sessantotto - che provo a superare scrivendo storie e romanzi».
Appunto. Una sua storia pubblicata su Micromega. che racconta la veglia progressista a Piazza SS. Apostoli del 10 aprile, la notte della grande delusione elettorale. Lei mette in bocca a una sua amica la seguente frase: “Essere di sinistra è una scelta culturale, essere di destra è un istinto animale”. Prima ti viene di imitare Abatantuono che urla viulenz', poi ti dici: la solita gauche con la puzza sotto il naso, tutti i buoni di qui tutti i cattivi di là. Per favore, dica: quella frase me la sono inventata.
«No, per la precisione si trattava di una conversazione sul berlusconismo, su quelli che non vogliono pagare le tasse, che ce l'hanno con gli immigrati, che l'unica cosa a cui tengono è la propria famiglia. Questi sono istinti bestiali presenti in ciascuno di noi: essere di sinistra vuol dire lavorare per via culturale proprio su questi istinti, addomesticarli».
Siamo alle solite. In base a questo ragionamento, sabato scorso in piazza a Roma c'era l'arca di Noè.
«Non ho seguito la manifestazione del 2 dicembre, e per abitudine non giudico quello che non vedo e non percepisco direttamente. Mi lasci dire, però, che la bandiera anti-tasse è puro istinto bestiale. Per questo mi viene di pensare che viviamo in un Paese spaccato in due, come portato di una guerra civile fratricida che non si è mai ricomposta, perlomeno nel confronto tra i sistemi di valore nei quali uno si autorappresenta. Poi sappiamo che non è sempre vero, che la realtà è sempre piena di chiaroscuri. Vede che era meglio parlare di letteratura? La letteratura è un'intelligenza del mondo diversa rispetto alla politica (o allo sceneggiato televisivo), che scava più a fondo, scoprendo che nessuno è perfettamente buono o pienamente cattivo».
Meno male. Allora ci stupisca con un po' di autocritica.
«Come no! Gli unici che non fanno mai autocritica sono i politici e quelli del Foglio, che sono passati da sinistra a destra mantenendo sempre la stessa arroganza. Su Radio Rai è andata in onda di recente una mia storia, Giulietta e Pierfrancesco, che parla proprio dell'ossessione di una madre di sinistra perché il fidanzatino della figlia è il pargolo di un senatore di Forza Italia, che lei giudica “ignorante e maneggino”, con i libri comprati al metro e la moglie al terzo lifting, e sentenzia: “Sono di un'altra razza”. Poi uno stratagemma escogitato da Giulietta e dal suo fratellastro le farà capire quant'è sbagliato dividere il mondo in modo manicheo, essere fuori dal tempo».
Paolo Flores d'Arcais accusa il centrosinistra di aver voluto «demolire i movimenti» per inseguire i moderati.
«Flores esprime una delusione assoluta, la cui radicalità non condivido. Sicuramente il centrosinistra non ha dato spazio politico ai movimenti che nei cinque anni passati sono scesi in piazza a difendere le istituzioni, la Costituzione, la democrazia. I girotondi non volevano fare un partito, bisognava che i partiti aprissero uno spazio di dialogo, dei tavoli di confronto per non disperdere queste energie. Non è stato fatto, e i movimenti si sono inabissati. C'è paura di aprire ai non allineati. Insomma, o fai il politico di professione o sei fuori».
(7. Continua)