I numeri ci sono: San Verdini fa il miracolo

Maggioranza salda, il Cav fa i complimenti al coordinatore Pdl. Psicodramma Pd, la Bindi insulta i radicali: "Stronzi"

Roma Si parte dai numeri traballanti di inizio mattinata. Si passa attraverso l’euforia dell’opposizione che pregusta «il colpaccio» e il blocco della seduta per mancanza del numero legale. Si chiude con Silvio Berlusconi acclamato in aula, Gianfranco Fini terreo, Pier Luigi Bersani sconsolato, Rosi Bindi furiosa. E con Denis Verdini che abbraccia il premier e incassa i complimenti di tutto il Pdl che lo ringrazia per il paziente lavoro di cucitura, la capacità di tenere i nervi saldi e dispensare ottimismo anche quando tutto sembrava perduto e la motivazione appariva vacillante.

«Vi ho detto che ce la si fa e si fa» la sua parola d’ordine, ripetuta per tutto l’arco della votazione.
Alla fine il tabellone segna 316 «sì» per la maggioranza contro i 301 «no» dell’opposizione. Uno scarto di 15 voti ma soprattutto il conseguimento della maggioranza assoluta. Raggiunta oltretutto con Alfonso Papa in detenzione preventiva, al quale viene impedito di votare nonostante l’avesse richiesto, e Pietro Franzoso in ospedale. Un verdetto che ribalta il quadro che sembrava profilarsi a circa sessanta minuti dal voto quando molti parlamentari iniziavano a temere o a pregustare il sipario calante sul governo Berlusconi, alla luce delle assenze dell’ultima ora (gli scajoliani Destro e Gava e il «responsabile» Sardelli, oltre al già annunciato Versace).

Alla Camera, insomma, accade l’imprevedibile. Il governo, nonostante le mille difficoltà sopravvive con un discreto scarto numerico. L’opposizione fallisce l’agguato e fa partire un surreale processo contro i Radicali, «colpevoli» di essere entrati in aula per votare la sfiducia, contribuendo così al raggiungimento del numero legale e all’affossamento della strategia tratteggiata da Dario Franceschini. Peccato che il loro ingresso sia stato del tutto ininfluente visto che alla prima chiama la maggioranza aveva varcato la fatidica soglia dei 315, numero minimo per considerare valida la votazione. «Sono degli artisti, sono riusciti a regalare un altro successo a Berlusconi» commenta Marco Pannella. «Sospetto ci sia del masochismo, riescono a essere mangiati anche quando l’altro è in polpette».

Di certo Pierluigi Bersani è costretto a prendere atto di non poter controllare il drappello radicale (i deputati sono sei ma in questo caso uno era in missione). E la conseguenza diventa immediatamente visibile. I nervi saltano a Giovanna Melandri, Rosa Calipari e Rolando Nannicini che si scagliano contro i radicali Maria Antonietta Coscioni, Maurizio Turco e Michele Beltrandi. Mentre Rosi Bindi, che per la cronaca riveste il ruolo di vicepresidente della Camera, va oltre e non trattiene l’insulto: «Quando gli stronzi sono stronzi galleggiano senz’acqua».

Le operazioni d’aula, nel frattempo, continuano. Giorgio Stracquadanio regala a Berlusconi il biglietto di un Bacio Perugina: «Oggi la fortuna è la tua migliore alleata». Il dipietrista Francesco Barbato con la mano rivolta verso il governo fa il segno di sloggiare e viene trattato da iettatore. Filippo Ascierto entra sorretto dalle stampelle e dai complimenti di Berlusconi che gli stringe la mano. I deputati numero «315» e «316» sono Antonio Milo e Michele Pisacane. Entrambi hanno atteso che la maggioranza raggiungesse quota 314. Mancava un voto, quello necessario per considerare valido lo scrutinio e tenere in piedi il governo. L’uomo della fiducia è stato Milo. Poi, a seguire, alla seconda chiama è arrivato Pisacane, attardatosi al telefono nel cortile di Montecitorio per la preoccupazione di Ignazio La Russa. Pier Ferdinando Casini non si fa sfuggire la battuta: «L’anno scorso fu Scilipoti ad essere decisivo. Stavolta, nei 150 anni, coerentemente si è passati a Pisacane». Nel frattempo, quando si profila il successo, nella sala del presidente del Consiglio, Verdini incassa l’applauso di Berlusconi, Bossi, Calderoli, Reguzzoni, Bonaiuti, Fitto e Nitto Palma.

Raggiunto il numero legale parte la mesta sfilata degli ex aventiniani, i deputati di Pd, Udc e Fli rimasti fuori dall’aula e ora in fila, tra i complimenti ironici della maggioranza, per far valere il loro voto. Alla fine Pier Luigi Bersani commenta: «Il governo morirà di fiducia». Casini parla di «vittoria di Pirro». Fini di un governo che «continuerà a galleggiare». Ma sguardi e parole hanno il tono sconsolato di chi ha perso l’ennesima sfida all’ultimo voto, nonostante il pressing sugli indecisi e il ricorso a tutte le possibili alchimie regolamentari.