I numeri Una città sempre più straniera

Il sindaco Marta Vincenzi aveva ostentato sicurezza durante il suo intervento del 13 aprile scorso, dedicato all'arrivo dei profughi nordafricani: «Nessun esodo biblico, come qualcuno invece ha fatto intendere concorrendo ad alimentare un clima di paura e di ostilità. Cento, forse duecento sfortunati fuggiti dalle loro terre. Non ascoltiamo chi raccomanda il livore e la paura. Genova, la nostra Genova, è più bella di loro». Ma, al di là dei proclami, la situazione non è rosea, e i dati statistici del Comune confermano il costante aumento degli immigrati. A fine settembre 2010 risultano in città 607.709 abitanti, con un calo di 1.289 unità, rispetto alla popolazione di giugno 2010 (608.998) e di ben 3.188 persone rispetto a settembre 2009, quando a Genova vivevano 610.897 residenti. Nei primi nove mesi del 2010, sono aumentati gli immigrati del 13,8% e gli emigrati (48,5%), rispetto al 2009.
I municipi e i volontari vivono questi problemi in prima persona. Non a caso, nel 2009, quando la crisi era già acuta, il Municipio Medio Levante ha sostenuto una spesa pari a 1.757.331 euro, per l'assistenza e il sostegno economico a minori, adulti, disabili e anziani. E il rischio che altri immigrati, senza lavoro e fissa dimora, alimentino i problemi è molto concreto. Il Municipio Centro Est è il territorio che risulta da sempre il più coinvolto dal fenomeno degli sbandati e senza tetto, come risulta dalla mozione «Senza dimora», elaborata a fine 2009, e frutto di uno studio biennale. Il sistema di assistenza integrata tra istituzioni pubbliche, private del no profit, volontari e organizzazioni di aiuto religiose, fa i conti con un fenomeno in costante crescita. Secondo una stima prudenziale degli operatori, le persone che vivono in strada dovrebbero essere più di 1.000, anche se da diversi anni mancano censimenti specifici. E il Comune ha trasferito notevoli risorse al Distretto sociale Centro Est, che ha speso in media oltre 50.000 euro l'anno tra il 2005 e il 2009 per tutti i servizi assistenziali ai senza tetto, che hanno bisogno di pasti caldi, abiti puliti, di assistenza medica, psicologica, disintossicazione da alcolici e droghe, posti in dormitorio, alloggi e, se possibile, di reinserimento lavorativo. È evidente che un tessuto sociale, con molte ferite da risanare come il nostro, può offrire un'accoglienza molto limitata di fronte ad un'emergenza come quella dal Nord Africa e ai suoi contraccolpi sulle rotte crocieristiche e sui probabili aumenti dei costi energetici, con la limitata estrazione petrolifera dalla Libia.