I nuovi barricadieri milanesi? Più rocker che rivoluzionari Ragazzini col piercing, punk e anche molti stranieri ieri in piazza Ma dietro a chi sale sui tetti c’è la sinistra che cerca spazio sui Tg

«A me interessa studiare, andare avanti, finire gli esami al più presto. E non sono mica la sola, eh? Anzi: sono convinta che quelli come me siano la maggioranza. Chi scende in piazza più che con la riforma della Gelmini ce l’ha con il governo. Perché la riforma non è poi così male. Anzi: sotto molti aspetti è rivoluzionaria...Il problema è che va a ledere il potere di molti docenti che si ritenevano intoccabili».
Alessandra Conti, 22 anni, studentessa di restauro, è solo una dei tanti universitari che non si sentono minimamente toccati e coinvolti dalle proteste dei «No Gelmini day». Siamo andati a farci un giro nei vari dipartimenti della Statale, un po’ per sondare gli umori, un po’ per verificare quanto la vita dell’ateneo sia stata realmente «sconvolta» dalle proteste di questi giorni e da quello che qualcuno si ostina a chiamare occupazioni. Ci aspettavamo di trovarci davanti le scene dei primi anni ’90, quando il movimento della «Pantera» bloccava completamente le facoltà per settimane, impedendone qualsiasi attività. Invece alla Statale procede tutto regolarmente.
«È sempre stato così, nel male e nel bene, e non dico che sia bello: gli studenti motivati, che s’interessano alla vita “politica“ dell’università sono davvero pochi - dichiara Carlo Maria Verbenia, 23 anni, studente di scienze politiche -. Stavolta, però, è diverso: stavolta chi scende in piazza è in malafede poiché conosce poco o nulla della riforma. Perché lo fa? Credo che molti siano strumentalizzati. Parliamoci chiaro: chi può davvero condividere i privilegi, combattuti da questa riforma, dei cosiddetti “docenti-baroni“? Quei professori che vivono di rendita e di posizione e vedono le loro nicchie minate da questa riforma che, per la prima volta, introduce elementi di promozione del merito?».
«Dentro i dipartimenti molti professori hanno avuto finora un vero e proprio strapotere - insiste Sergio Girelli, 24 anni, anche lui studente di scienze politiche -. Hanno sfruttato i ricercatori che hanno fatto didattica gratis perché i prof li spingevano con la promessa di fargli ottenere una tanta agognata borsa di ricerca. Adesso i ricercatori protestano contro questa riforma...Ma chi protesta cosa vuole difendere? A quali esili ragioni si aggrappa? Lasciare l’università in questo stato non si può».
«Per la prima volta una riforma dell’università propone che gli studenti possano giudicare i prof e che, anche attraverso il loro pareri, venga valutata la qualità dell’insegnamento sulla base del quale, poi, ci saranno o meno scatti di stipendio - ci spiega Arianna Santi, 26 anni, studentessa di lingue fuori corso -. Inoltre, sempre per la prima volta, si parla di un concetto di merito applicato ai finanziamenti degli atenei: in troppe università c’è un eccessivo spreco di risorse. Purtroppo siamo in Italia: sono in pochi a voler sentir parlare di merito e di maggiore rigidità in base a determinati canoni di efficienza...Fino ad ora ciascuno ha fatto quello che voleva».
Ma siamo sicuri, allora, che chi protesta contro questa riforma sa perché lo fa?
«Noi come Azioni Universitaria abbiamo proposto momenti informativi - spiega Carlo Armeni, leader di Azione Universitaria, senatore accademico in Statale e laureando in scienze politiche, -. Basta con le università che spendono più del cento per cento del loro Ffo (Fondo finanziamento ordinario). Protestiamo perché un governo vuole migliorare il sistema universitario e l’Inghilterra, tanto osannata nei salotti buoni della sinistra, intende triplicare le rette. Il governo italiano, invece, non chiede una lira in più di tasse agli studenti, ma fa stringere la cinghia ai baroni».
Nicolò Mardegan, vice presidente della commissione istruzione della Provincia, si è laureato in giurisprudenza alla Statale due mesi fa, proprio ieri ha presentato in aula un ordine del giorno per chiedere al ministro degli Interni Roberto Maroni l’intervento delle forze dell’ordine per impedire agli «pseudostudenti di occupare le università straniere e italiane perché manifestare è un diritto e occupare è un reato. E soprattutto è un atto di violenza nei confronti del 99 per cento degli studenti che, seppur critici verso la riforma, continuano a studiare e a rispettare i luoghi pubblici».