I nuovi peones: sono donne e arrivano in aereo

Addio agli antichi pullman delle "truppe mastellate", al congresso si
va viaggiando comodi. Sessanta trevigiane: "I nostri mariti? A casa".
Sull’inno di Mameli portano una mano sul cuore e l’altra sul telefonino
per scattare foto

Roma - È un popolo, questo, che quando il coro sul palco intona Fratelli d’Italia, dopo aver scaldato i cuori con l’Inno alla gioia di Beethoven, scatta in piedi e canta anch’esso con entusiasmo, portando una mano sul cuore e alzando l’altra per fotografare col telefonino. E che giunto all’Italia chiamò, erompe in un sì massiccio e fragoroso, come dovesse partir per la guerra.

Berluscones, peones, pasdaran... A ben guardarli, questi uomini e donne, giovani e anziani assiepati sulle seggiole dei delegati e in quelle degli invitati, laggiù nelle ultime file in fondo al capannone numero 8 della nuova Fiera romana, non sono soltanto quello. E nemmeno, in verità, un semplice e disciplinato esercito di piccoli assessori o consiglieri circoscrizionali. Il popolo berlusconiano è forse meglio rappresentato da questi 60, quasi tutte donne, venuti da Treviso in appoggio ai delegati veneti. Scesi, anzi scese, non più in pullman come si usava per i congressi d’antan, ma parte con il Frecciarossa e parte in aereo. Bei tempi ormai andati, quelli delle truppe mastellate ai congressi della Dc... Cristiana è impiegata d’azienda e ha 34 anni, Silvia ne ha 29 ed è impiegata anch’ella, Cristina è sua coetanea e lavora in un’agenzia di stampa. Tutte e tre belle, eleganti e bionde... E dire che nel trevigiano un tempo tiravano le more. Sono amiche, ma son venute al congresso in ordine sparso. Lasciando tutte gli uomini a casa. Un caso? Parlate con Simona, Antonella, Renata e Benedetta. Mantovane, scese in aereo. E gli uomini? «A casa!», ridono allegre.

Il popolo di Berlusconi, però, è anche quella schiera di vip e vecchioni, mezzibusti e stelline - epigoni dei nani e ballerine che ravvivavano i congressi socialisti - che il leader questa volta non ha voluto nelle prime file, e son finiti in fondo, tra gli invitati più sconosciuti - i militanti, si sarebbe detto un tempo - che han faticato sette camicie per avere almeno un «ingresso valido per la giornata di venerdì». E che roteano gli occhi per incrociare quelli dei cronisti e delle telecamere, sperando in un rigurgito di attenzione. C’è una rossa che ancheggia avanti e indietro, senza tregua, accompagnata da sussurri assordanti: «Quella è Angela, del Grande Fratello. Ma sì, quella che s’è fatta fotografare con le altre sulle ginocchia di Berlusconi nella villa in Sardegna!». Ma sì, Angela: messa pure in lista per le elezioni in Puglia con esiti disastrosi.

Il popolo di Berlusconi è anche Maria Pia Fanfani, vedova del grande Amintore, che si presenta all’ingresso delle autorità in divisa di ex presidente della Croce Rossa, con l’intero e scintillante medagliere al petto, e i guardiani non la fanno entrare perché non ha il badge appropriato e «ma chi è ’sta matta?», finché qualcuno che conta la riconosce e la fa accomodare in un altro settore; ben lontano dalle prime file, però. Ed è anche Concetta, bella matrona romana, che quando Annagrazia Calabria, onorevolina di bianco vestita, sale al podio per aprire il congresso, confida orgogliosa: «Io sono amica della mamma». Ma è anche Giulio Di Donato, vecchia gloria del Garofano - quello vero, non i piccoli e troppo freschi che Stefano Caldoro distribuisce alla nobiltà del parterre - che si presenta con un doppio accredito, di giornalista e di delegato. E che quando una vecchia volpe di cronista gli fa, «ma hai visto quanti figli di democristiani?!», risponde divertito: «E pure nipoti!».

Ancor di più però, il popolo di Berlusconi è quei socialisti come Roberto Giuliano, un tempo segretario Cgil degli edili laziali, che col suo piccolo gruppo - «facciamo riferimento a Robilotta» - si sente un po’ a disagio, quasi ospite in una casa nuova: «Sai, noi qui siamo neofiti», confida. Gli altri, tutti alquanto attempati, fanno sì col capo, è evidente che non hanno ancora digerito del tutto questo matrimonio tra postfascisti, postdemocristiani, socialisti, laici e credenti, integralisti cattolici e tolleranti valdesi. Però annuisce anche Francesca, una bella ragazza mora che siede lì accanto. Anche lei è socialista? «Ma scherzi?!», risponde quasi offesa, «Io sono di An. Anzi, ero...».

Ma il Popolo della libertà è anche Chiara, minuta e dolce, che con altri due repubblicani - due e non di più - s’aggira tra gli invitati e fa: «Visto? Noi non abbiamo aderito». Ma lo dice con un misto di spavalderia per la ribellione e paura per il futuro. È un popolo che in stragrande maggioranza non fuma: sono rari quelli che escono dal capannone per una «tirata», e son poche in sala le labbra che rivelano la masticazione frenetica del chewingum. È un popolo che quando l’angelica e soave onorevole, alle 18,37 dice «sono commossa... è arrivato il momento» per annunciare l’ascensione del leader alla tribuna, si alza in piedi all'unisono, e commosso anch’esso agita le braccia al cielo non come per la ola allo stadio, ma dolcemente come nelle celebrazioni pentecostali o dei battisti afroamericani.

È in definitiva il popolo italiano, o quanto meno la sua immagine maggioritaria e fedele. Lo senti anche dall’afrore che si sprigiona nel padiglione, lo stesso dei congressi antichi della gloriosa Dc. E lo vedi allorché, prendono d’assalto il buffet riservato ai giornalisti, che stanno ancora scrivendo, nonostante l’altoparlante li inviti a sgomberare. Obbediscono, ma quando han spazzolato anche le briciole.