«I Pacs sono un’ipocrisia che dà diritti senza doveri»

«Questo tipo di contratto è una pasticciosa via di mezzo tra convivenza e matrimonio»

Felice Manti

da Milano

«Innanzitutto mi preme dire che trovo vergognoso ed estremamente populista tirare fuori in questi termini la questione dei Pacs». L’avvocato Annamaria Bernardini de Pace è una dei più autorevoli esperti in materia di diritto di famiglia e un noto avvocato divorzista. «Ma trovo altrettanto intollerabile - aggiunge - l’intervento del cardinale Ruini, che si inserisce in un argomento che riguarda lo Stato».
Ma insomma, il Pacs è uno strumento legislativo che serve oppure no?
«La nostra normativa vigente tutela la famiglia basata sul matrimonio. Il nostro però, per fortuna, è uno Stato democratico dove non è indispensabile essere sposati per stare insieme. I Pacs rappresentano una pasticciosa via di mezzo, perché la convivenza già garantisce libertà di scelta e soprattutto libertà di sentimenti».
Lei sa benissimo che qui non sono in discussione i sentimenti ma alcuni diritti...
«Se non ci sono dei doveri non ci sono neanche dei diritti. Questa sindrome assoluta del diritto e il rifiuto di qualsiasi dovere, mi consenta, è imbarazzante. Non si possono chiedere delle garanzie senza doveri».
E la questione della reversibilità, quella dell’eredità... Come si può intervenire?
«Cominciamo a sfatare il mito della reversibilità. La normativa attuale consente di lasciare una quota del 25% a disposizione di chiunque, dunque anche per il convivente. Il fatto di presumere dei diritti in mancanza di testamento è una mera questione d’interessi. Reclamare un’eventuale eredità, in caso di morte e senza una esplicita segnalazione nel testamento, significa secondo me andare contro la volontà del testatore. Quanto all’affitto esiste già una legge, la 392 del 1978, che consente al convivente di subentrare nel contratto d’affitto. Le ripeto, questa dei Pacs è una ipocrisia, dove non si pensa a tutelare i sentimenti ma il portafoglio. Dove bisognerebbe intervenire è sull’eredità, eventualmente, perché crea delle disparità tra chi nasce dentro il matrimonio e chi è nato fuori...».
Che cosa prevede la legislazione attuale, in questo caso?
«C’è parità assoluta in termini ereditari, anche se i beni immobili rimangono ai figli nati dentro il matrimonio, mentre i figli riconosciuti ricevono solo un controvalore pari alla quota parte di quell’immobile. In Parlamento c’è una proposta di legge della on. Santanché (An) che mira a eliminare questa discriminazione».
Per il resto la convivenza così come è concepita secondo lei è sufficiente?
«L’amore è un terreno privo di regole e di garanzie. Le pretese di chi vuole i Pacs sono di natura economica. È come dire che chi ama o è stato amato deve essere pagato per averlo fatto».
Che differenza c’è tra matrimonio e convivenza, in caso di separazione, sull’affidamento dei figli?
«In caso di separazione, c’è un unico tribunale, quello ordinario, che si occupa sia di stabilire l’assegno familiare sia l’affidamento dei figli. Nel caso delle coppie conviventi, fatto salvo che la tutela sui figli spetta sempre e comunque ai genitori, i termini per l’affidamento vengono decisi dal Tribunale dei minori».
E le coppie omosessuali?
«Ecco, direi che i Pacs sono sostanzialmente rivolti a loro, che ad oggi sono costretti alla convivenza, a differenza delle coppie eterosessuali che possono scegliere l’opzione del matrimonio. Gli attuali contratti di convivenza, che sono contratti di diritto privato stabiliti sul principio dell’autonomia del privato, non hanno i privilegi stabiliti dal codice civile, come la legittimità all’eredità, le trattenute fiscali e previdenziali, eccetera. Ma come vede sono solo questioni economiche».