I paladini della libertà uccidevano un giornalista per non farlo scrivere

Bruno Romanelli fu vittima di un agguato l’11 gennaio ’45 Non aveva mai combattuto, solo scritto articoli

«Torneremo a Napoli. Viva l'Italia» scrisse su un biglietto, poco prima di chiudere gli occhi. La madre, straziata dal dolore, raccolse quel messaggio dalle sue mani, mani che si facevano di ora in ora più bianche, in quel candido letto d'ospedale.
Scrisse quelle poche parole forse per rassicurarla, forse per profetizzare un impossibile ritorno alla città che lo aveva visto nascere, per riaffermare, certamente, sentendo la vita sfuggire, gli ideali per i quali quella vita era stata interamente vissuta.
Tornare a Napoli voleva dire tornare a vincere, tornare a vivere. Voleva dire dare un calcio alla sorte, capovolgerla. Anziché spegnersi nel freddo di una città del Nord.
Di fronte alla madre e a pochi amici affranti, Bruno concluse la sua agonia verso le ore sei e trenta dell'undici gennaio 1945, mentre sorgeva il sole su Genova.
Chi era Bruno? Chi era quel giovane che voleva «tornare a Napoli»?
Non si sa molto di Bruno Romanelli, se non che era nato nel capoluogo campano nell' anno 1911, che aveva studiato per laurearsi in scienze economiche, e che nel 1943 si trovava a Genova con la madre vedova. Forse scelse questa città per lavoro, forse rimase qui per caso o forse, non è escluso, anche per una precisa scelta ideologica.
Napoli città bombardata, invasa, irraggiungibile. Genova città bombardata, anch'essa invasa, ma dove c'è ancora qualcuno che ha voglia di combattere, magari anche solo dalle pagine di un giornale.
Il giovane dottor Bruno Romanelli fu infatti uno dei primi, nel settembre di quell'anno cruciale, a presentarsi nella sede nel ricostituito fascio repubblicano genovese, a fare il gesto orgoglioso di chi, quando tutti fuggono, si assume una grande responsabilità.
Il gesto nobile di chi rimane fedele. Soprattutto a se stesso.
Scriveva Bruno, e i suoi articoli erano regolarmente pubblicati sui principali quotidiani genovesi dell'epoca e anche dal settimanale «Che l'inse!», organo dell'ala dura del partito di Pavolini, una testata che voleva essere, almeno nel nome, nell'urlo del Balilla, una provocazione verso gli occupanti tedeschi.
Studiava Bruno, si occupava del Centro Studi sulla Socializzazione, l'istituto che analizzava e diffondeva i postulati la «nuova frontiera» della politica mussoliniana di Salò. Teorie avveniristiche che in gran parte dovevano restare tali.
Lavorava Bruno, era un funzionario - militarizzato - di un importante stabilimento bellico genovese, il Proiettificio del Lagaccio. Ma non era certo un homme armé.
Ci metteva passione, Bruno, competenza, e una lucida maturità che ancora traspare dai suoi scritti militanti. Fino all'ultimo giorno, fino all'ultimo «pezzo».
Misurate, ma ferme, le sue parole. Non sospinte dall'odio, ma vive e accorate, come i tempi e le situazioni forse richiedevano. Perché quelli furono tempi nei quali uomini e donne, spesso molto giovani, presero una posizione, fecero una scelta, furono autori di un progetto. E lo fecero quasi sempre con uno slancio disinteressato.
Di quegli italiani Bruno si sentiva parte, e lo scrisse: «...noi ci sentiamo uomini che, a dispetto di tutti e di tutto, faranno risorgere la Patria e prepareranno gli animi alla concordia, affinché dal concorso di tutti, quest'Italia ritrovi il suo grande posto nel mondo. Uomini maturi, pensosi del domani più che dell'oggi».
Lavorava, studiava, scriveva. Soprattutto militava, Bruno Romanelli. Aveva scelto una bandiera e a causa di quella bandiera, accanto al suo nome qualcuno fece un piccolo segno, una crocetta. Una piccola crocetta che voleva dire: «a morte». Che voleva dire piombo. Piombo contro parole.
Nel buio, in attesa, ci sono gli sparatori. Sanno luoghi, orari, abitudini. Tutto studiato da tempo. Sanno come e dove sparare, quali parti è meglio colpire per uccidere. Sanno come e dove fuggire e dove nascondersi. Sono in due e alle 19, in via Adamo Centurione, lo avvicinano. Gli sono addosso e aprono il fuoco in rapida successione.
Uno, due, quattro, sei colpi al ventre, al torace, in un polmone. Urla, ombre che sono già in fuga, sangue sul selciato, sangue ovunque. Sanno sparare con calma i terroristi.
Soccorso da qualche passante, Bruno Romanelli è già agonizzante a causa delle gravi ferite. La Questura diramerà il consueto telegramma, indirizzato a tutti gli uffici superiori, utilizzando poche, laconiche espressioni burocratiche: «...dottor Bruno Romanelli... est fatto segno diversi colpi rivoltella... che ne hanno provocato la morte...».
Le pallottole che lo colpirono facevano parte di un disegno più vasto, mirante anche a spegnere tutta la parte pensante dell'ultimo fascismo. Non furono uccisi per caso il principale filosofo italiano Giovanni Gentile, il luminare di archeologia Pericle Ducati, il filologo Goffredo Coppola, i giornalisti Ather Capelli, Enzo Pezzato, Mario Caporilli, Sebastiano Caprino, Franco De Agazio, Ernesto Daquanno, Carlo Borsani (il cieco che si battè fino all'ultimo per attenuare la crudezza della guerra civile), Guido Calderini, lo scultore Dario Piva, e tanti altri intellettuali compresi i ministri Fernando Mezzasoma e lo spezzino Carlo Alberto Biggini, che fu docente a Genova.
Così, con parole commosse lo ricordò, su «Il Secolo XIX» il collega, e conterraneo, Enzo Capaldo: «... Oggi hanno ucciso un giovane che era quanto di meglio si potesse richiedere nel campo della rettitudine, della purezza di ideali e di vita, della mitezza di carattere. Solo chi lo ha conosciuto da vicino può comprendere quale patrimonio morale gli assassini abbiano spento con lui (...) Riposa in pace, Bruno. E noi, che rimaniamo con un dolore e un'amarezza di più in questa terra insanguinata e sconvolta da tanto dolore e tanta miseria morale, combatteremo ora la nostra battaglia anche per te».
Moriva il giovane dottor Romanelli, moriva con tutto il suo mondo. Nel frastuono del conflitto che finiva, calava il silenzio sulla sua storia, sul suo nome. Pochi mesi, e tutto si sarebbe concluso. Consumandosi, la tragedia della guerra dispensava ultime impennate di orrore: i campi di concentramento, le foibe, la follia di Hiroshima.
Ma Bruno di tutto ciò non avrebbe mai saputo nulla. Pochi mesi e la gente avrebbe solo pensato a dimenticare, il più in fretta possibile.
L'undici gennaio del 1945 moriva a Genova un giornalista, mentre il sole lentamente sorgeva. Moriva un giovane che lasciò scritto su un biglietto «Torneremo a Napoli. Viva l'Italia».