I palestinesi festeggiano e bruciano le sinagoghe

La distruzione completata dalle ruspe mandate dall’Anp. Tre annegati nel caos generale

Gian Micalessin

L’ultima jeep è quella del generale Aviv Kochavi. Arriva alle sette di mattina. Dietro non ha più nessuno. Il comandante scende, dà la mano a due militari. Loro la stringono, chiudono i due cancelli. «La missione è terminata - mormora Kochavi -, un’altra era è iniziata».
La nuova era è già lì, alle sue spalle, in quel cielo arrossato da lingue di fuoco. A Neve Dekalim, Kfar Darom, Morag e Netzarim le sinagoghe sono in fiamme. «Gli ebrei non possono distruggere i propri luoghi sacri», avevano sentenziato i rabbini. Domenica il governo di Ariel Sharon aveva seguito il consiglio votando di lasciarle intatte. Nella notte il presidente palestinese replica con un’altra sentenza. «Sono solo posti vuoti, i simboli religiosi sono stati portati via, quegli edifici non sono più templi sacri. Saranno distrutti dai nostri bulldozer».
Prima dei bulldozer arriva la folla. I quindicimila poliziotti promessi dall’Anp per tenere le masse palestinesi lontane dalle rovine si dissolvono prima dell’alba. «Ci hanno travolto, ma del resto perché dovevamo cercare di fermarli… oggi è un giorno di festa, la gente ha il diritto di far quello che vuole», ammette uno degli uomini in divisa mandati a “difendere” la sinagoga di Netzarim. «Allah Akbar, Allah è grande - strillano i ragazzini dal tetto -, non vogliamo più nulla che ci ricordi l’occupazione». Un attimo dopo il fuoco divora mura e finestre.
A Neve Dekalim, l’ex capitale delle colonie, sventolano le bandiere di Fatah e dell’Anp, ma anche quelle di Hamas, della Jihad islamica e delle altre formazioni armate. Tutti esultanti, tutti travolti dallo stupore e dall’incredulità per la riconquista di quelle terre su cui, per 38 anni, ha sventolato solo la bandiera con la Stella di David. La sinagoga in fiamme ne ha la stessa forma. A pregare lì davanti sfidando il fuoco e le raffiche di kalashnikov sparate al cielo arriva Mahmoud Zahar, uno dei capi di Hamas nella Striscia. La sua preghiera dinanzi a quel tempio ebraico, spiega, è «il simbolo del trionfo di Hamas». Il suo collega Ismail Hanieh annuncia la prosecuzione della lotta. «La Striscia di Gaza è solo l’inizio, non ci fermeremo fino quando non avremo liberato tutti i territori palestinesi con Gerusalemme in testa». A punteggiare le sue parole ci pensano i due missili Qassam esplosi, senza far vittime, intorno alla cittadina israeliana di Sderot e a un kibbutz.
Il ministro della Difesa israeliano Shaul Mofaz mette sull’avviso tutti e promette «tolleranza zero» per ogni atto di terrorismo in partenza da Gaza. Ma dietro i cancelli della Striscia è già il caos. Travolgendo poliziotti e barriere le folle hanno invaso insediamenti, spiagge e fascia di confine con l’Egitto. Le truppe egiziane a cui spetterebbe, d’ora in poi, prevenire l’infiltrazione di militanti e il contrabbando di armi, sembrano più inefficienti delle forze di sicurezza palestinesi. Le masse aggirano il valico di Rafah, sigillato dagli israeliani, e penetrano in Egitto sventolando le bandiere verdi di Hamas. E qualche ora dopo fonti degli ospedali di Gaza accusano gli egiziani di aver aperto il fuoco uccidendo un ragazzino 14enne. Dal Cairo smentiscono tutto e promettono di far meglio non appena arriveranno tutti i 750 soldati previsti per il controllo del confine.
Fin dalle prime ore di mattina il lungomare di Gaza è stato invaso da migliaia di ragazzini. Sono lì per provare l’ebbrezza di quelle nuotate riservate, fino ad un mese fa, ai soli coloni. «È bellissimo», gioisce sguazzando tra le onde Mahmod Barak. Ha 15 anni, è cresciuto a meno di un chilometro dall’azzurro spumeggiante di quel mare, l’ha sempre ammirato, ma non ha mai potuto mettervi piede. «Per questo oggi è il giorno più allegro della mia vita». Ma il giorno di festa si è trasformato in tragedia per tre palestinesi che sono annegati durante i festeggiamenti.
Nonostante lo stesso Dipartimento di Stato americano accusi Israele di aver messo i palestinesi nella condizione di «venir criticati qualsiasi cosa facciano», il governo Sharon chiede all’Anp la difesa delle sinagoghe. L’Anp preferisce metter fine per sempre al contenzioso e manda i buldozer a distruggere la sinagoga di Netzarim. Le altre dovrebbero fare la stessa fine.
Il presidente Mahmoud Abbas rivendica il diritto dei suoi a festeggiare ma ricorda che la strada per la libertà è ancora lunga. «La Striscia resta un’enorme prigione - sottolinea riferendosi al contenzioso per il controllo della frontiera con l’Egitto, dello spazio aereo e delle acque territoriali -. Il prossimo passo sarà mettere fine all’occupazione della Cisgiordania».