I paradisi Arci: gin a 7 euro e zero scontrini

Una notte all’Arci "Magnolia" di Milano: l’unica differenza con i
locali vip? Oltre a pagare il biglietto si deve fare la tessera

Milano - Bum, bum, bum. Come dibattito culturale è un fallimento: non parla proprio nessuno. Le uniche frasi sono le urla al bancone del bar. Per chiedere un altro Gin&Tonic bisogna proprio sgolarsi. Bum, bum, bum. Alla consolle stanotte c’è «Congorock». Il nome d’arte forse è un omaggio alla causa del multiculturalismo, ma Congorock non viene dall’Africa e non suona il rock. È un ragazzotto di Milano, e in internet si definisce «appartenente alla nuova ondata dell’italian electro».

Bum, bum, bum. In parole povere, Congorock fa il dj, mette sui piatti le tracce di suoni indistinti ad altissimo volume. È la musica da discoteca che va più di moda negli ultimi tempi: niente ritornelli, niente strumenti, solo rumori rielaborati da un impianto elettronico. E sparati dagli amplificatori a ritmo forsennato. Ma questa non è una discoteca. È il circolo culturale Arci «Magnolia» a mezzanotte di venerdì 12 ottobre. La serata, qui all’Idroscalo di Milano è appena cominciata.

Questa non è una discoteca, ma è come se lo fosse. All’ingresso i buttafuori controllano uno per uno i ragazzi in coda e fanno a tutti il classico timbro sulla mano. È il momento di tirare fuori il portafogli. Dieci euro per la tessera più 5 per l’ingresso più uno per il guardaroba più 7 per ogni cocktail. Pronti via, il tempo di buttar giù un Cuba Libre e si sale in pista. Congorock dà la carica a oltre duecento persone. Lui è la star della serata, ma ogni tanto gli danno il cambio i due «artisti minori»: «24hours party people» e «Fucked from above» (ovvero «Scopato da sopra»).

Bum, bum, bum. Fa caldo, si sta stretti, il rumore è assordante. Ogni mezz’ora si fa pausa per un altro cocktail o per un superalcolico, che costa meno (3 euro) e fa più effetto. Dopo la tappa al bancone si passa nel cortile interno, dove c’è spazio per bere il drink, fumare e dare un’occhiata allo shop. Già, perché il circolo culturale vende anche magliette: la più gettonata ha stampata l’immagine della Vergine e lo slogan «Festa della Madonna!». Prezzo, 10 euro. Meglio comprare anche un sacchetto di patatine, però, per «asciugare» l’alcol prima di tornare in pista.

Questa è proprio una discoteca, ma è come se non lo fosse. Almeno per il fisco. Al circolo culturale Arci «Magnolia» non si fanno scontrini. Non si paga l’Iva e nemmeno una lunga serie di altre imposte che toccano soltanto ai locali «ufficiali». Lo spazio è di proprietà della Provincia di Milano, che lo concede all’associazione a un prezzo politico. «E in questi giorni dovrebbe darci l’autorizzazione a trasformare il vecchio impianto elettrico in un innovativo sistema fotovoltaico» rivela soddisfatto Emanuele Patti, presidente dell’Arci di Milano. D’estate il Magnolia è un locale pubblico aperto a tutti, ma da fine ottobre a fine maggio si trasforma in un circolo culturale, «ingresso riservato solo ai soci», praticamente esentasse.

Quanti sono i dipendenti del «Magnolia»? La domanda è a trabocchetto, perché i circoli culturali sono basati sul volontariato. «Infatti la struttura è mandata avanti dai 15 membri del direttivo, che non prendono mica soldi – assicura Patti –. Poi però abbiamo a contratto una decina di tecnici, dai baristi ai fonici. Tutto regolare». Nel cortile del circolo, venerdì notte, c’è un ragazzo che sta sempre immobile in un angolo. Fuma una sigaretta dietro l’altra, non conosce nessuno. «Scusa, tu lavori qui?». «Perché me lo chiedi?». «Vorrei provare a lavorare anch’io al Magnolia, sai a chi posso mandare il curriculum?». «No, guarda, io do solo una mano, io non c’entro...». «Ma come hai fatto?» «Conosco qualcuno... Ma guarda che io mica lavoro qui». No, il ragazzo non lavora al Magnolia, però rimane fermo a controllare i soci-clienti che fumano nel cortile dall’apertura alla chiusura, dalle 10 di sera alle 4 del mattino.

L’articolo 3 del regolamento nazionale dell’Arci annuncia i «campi prioritari dell’associazione». Al punto N c’è «l’affermazione della cultura della legalità» e l’«impegno per l’affermazione della giustizia sociale». A proposito di legalità, la legge italiana vieta di tesserare nuovi soci direttamente all’ingresso del locale. Bisogna presentare il modulo in anticipo, altrimenti sarebbe troppo semplice, si perderebbe anche l’ultima distinzione tra locale pubblico e circolo privato. Eppure all’ingresso del Magnolia c’è un tavolino riservato per iscriversi al momento, magari lasciando dati falsi (nessuno controlla la carta d’identità), senza nemmeno leggere lo statuto.

Impossibile spiegare a Francesca, 21 anni, quasi laureata, che proprio stasera si è iscritta a un’associazione che ha sostenuto l’ultimo sciopero della Cgil e si batte per la depenalizzazione delle droghe leggere. «Ma ti sembra il posto per parlare di queste cose? Io sono qua per fare casinoooo!», risponde urlando. Forse non si è accorta che la musica è finita. Sono le 4 di mattina, il «Magnolia» sta chiudendo ed è ora di tornare a casa. Comunque ha ragione, non è proprio il posto per parlare di queste cose. Francesca ha il giubbotto Moncler e i jeans strappati Abercrombie & Fitch. «Me li hanno portati dall’Americaaaa!», continua a urlare. Poi capisce che la serata è proprio finita. Come dibattito culturale è stato un fallimento. Però è stata davvero «una festa della Madonnaaaa!», grida ancora la ragazza prima di uscire. La porta a casa il fidanzato che è rimasto un attimo indietro. Sì e fermato all’ingresso del circolo culturale, davanti alla macchinetta sulla destra, per fare l’alcoltest.