I paradossi del virus del Grillo

Prima vittima del grillismo è Claudio Burlando, presidente della Regione Liguria. Vittima grottesca e caricaturale. E anzi, prima vittima istituzionale. Perché è stato preceduto dal boy scout di Palazzo Chigi, Riccardo Capecchi, che si è punito da solo (mentre il correo Lusetti si è limitato a un piagnisteo) per essere salito sull'aereo di Stato chiesto da Rutelli per andare con Mastella al Gran Premio di Monza. Fosse stato un funerale nessuno avrebbe fiatato, ma il senso di colpa per aver partecipato a quella che assomigliava più a una gita che a una missione istituzionale ha indotto il boy scout a licenziarsi per manifesta indegnità, da un posto di lavoro probabilmente vinto con un concorso.
Ecco: questo è il clima. Senso di colpa, autoflagellazione, pentimento. Per che cosa? Per aver accettato un passaggio. Gli aereostoppisti non sono sereni. E dimenticano che per l'erario dello Stato il volo avrebbe avuto lo stesso costo anche per il solo Rutelli. Ma c'è Grillo. Ed esistere all'infuori di lui e delle sue regolette è una colpa. Il virus si diffonde pericolosamente e non investe soltanto, escludendo il coriaceo Mastella, il boy scout Riccardo Capecchi, Lusetti, Burlando e perfino Pino Daniele che accetta un passaggio da Bassolino, ma anche il prefetto di Genova. Il clima è di terrore e se prefetture e questure fino a ieri mantenevano distacco e burocratica lentezza, oggi Giuseppe Romano compie il gesto esemplare di punire Burlando, senza temere il rischio di un trasferimento e anzi consolidando, per il rigore, il suo posto. Di più, compiaciuto della inconsueta efficienza affida a un comunicato stampa le sue decisioni: «Patente sospesa per un anno e dieci punti in meno, una prima multa da 3500 euro più il fermo dell'automobile Mitsubishi Space Runner. Inoltre una seconda sanzione da 72 euro per aver guidato senza patente». Burlando esulta, è contento. Si sente un eroe della punizione: «Ho ammesso immediatamente il mio errore ed è giusto che paghi». Neanche Muzio Scevola.
L'involontaria comicità della situazione non è nel comunque eccessivo rigore ma nel fatto che la punizione risospinge Burlando verso le sue inalienabili prerogative, cui aveva rinunciato credendosi un cittadino qualunque: un autista, una tutela, non escludendo, se si pensa al G8, una vera e propria scorta, tutti i permessi possibili per una circolazione agevolata. Dov'è la punizione allora? Sulla carta. Per fare bella figura, per dimostrare che tutti i cittadini sono uguali, che il prefetto è solerte, che il presidente della Regione è consapevole dei suoi doveri. E, d'ora innanzi, anche dei suoi diritti. Così, per un anno, non potendo guidare, si eviterà una fatica, non cadrà in pericolose distrazioni e andrà sempre con l'autista. Come immagino faccia sempre il prefetto, in tal modo non rischiando di essere fermato in contromano senza patente. Si tratta comunque di un'istruttoria basata sulla confessione. E forse avrebbe meritato maggiore attenzione. Perché non è detto che Burlando non si sia inventato tutto non essendo stato colto in flagrante. Non gli viene infatti contestata un'infrazione ma viene accettata una confessione. Nessun poliziotto ha visto il delirio di Burlando che è arrivato a un punto tale di autoconsapevolezza dell'infrazione da chiamare lui (dice) la stradale.
Ora che ha avuto la punizione desiderata e che si avvia all'espiazione (con autista) non potrà più sbagliare da solo. Se vorrà andare contromano, dovranno ritirare la patente all'autista che resterà veramente a piedi. Ritornano alla mente le parole attribuite a D'Alema: «Burlando è il migliore dei nostri in Liguria, peccato che porti jella». In questo caso se l'è cercata per grillismo acuto, forse perché anche lui genovese. Ma sarebbe mai potuta capitare un'analoga avventura a Cossiga, Andreotti, Spadolini? E, guidando le loro Panda in contromano, avrebbero trovato un prefetto altrettanto severo? Tutto d'un pezzo, e con autista.
Vittorio Sgarbi