I parlamentari rispettino il decoro istituzionale

Caro Granzotto, la vicenda che vede coinvolto l’onorevole Mimmo Mele, appartenente all’Unione dei democratici cristiani di Pier Ferdinando Casini (festino con squillo e cocaina all’Hotel Flora di Roma), ha riacceso il dibattito, esploso quando il portavoce di Prodi, l’onorevole Silvio Sircana, venne sorpreso a colloquio con un «prostituto» transessuale in quel della via Salaria, sulla convenienza dei rappresentanti del popolo di condurre una esistenza irreprensibile. Dibattito insidioso perché molta parte della società civile non ritiene biasimevole la condotta né del Sircana né del Mele in quanto pare che ciascuno abbia il diritto di dar soddisfazione, nei modi graditi, al proprio «vissuto sessuale» e infatti la moglie di Sircana, signora Livia Aymonino, ebbe ad affermare pubblicamente: «Non ho nulla da perdonare a mio marito». Cosa facciamo, caro Granzotto, aderiamo a questa scuola di pensiero?


Mah. Sull’argomento ne abbiamo sentite tante, roba seria e roba da caserma. Si è perfino rilevata una malandrina indulgenza della politica e della società civile per le scappatelle a sfondo omosessuale (simpatie transessuali e «baci», diciamo piuttosto dei Lewinsky, al Colosseo son acqua fresca) in contrasto alla moralistica riprovazione per quelle eterosessuali. Si sono tirati in ballo una mezza dozzina di diritti, ovviamente inalienabili e non negoziabili, a fronte di un solo mezzo dovere, quello inerente al rispetto di certe regole etiche che sono un tutt’uno con la rispettabilità. Ma chi ha fatto riferimento al decoro, alla decenza, è stato accusato di perbenismo nel nome del primato, dunque, del malmenismo, cioè del vietato vietare, anche e forse soprattutto moralmente. Richiamandosi al luogo comune «lontan dagli occhi, lontan dal cuore», un bello spirito ha invocato strumenti legislativi ed economici per favorire il ricongiungimento coniugale di deputati e senatori in missione a Roma. Come se la presenza in città del coniuge allontanasse i cattivi pensieri. Come se il classico «Cara (o caro, perché no), stasera farò un po’ tardi in ufficio» non avesse il corrispettivo nel «Cara (o caro, ovvio), stasera farò un po’ tardi in commissione Bilancio». E alé.
La materia è ricca e articolata, caro Veronesi e più che mai delegata alla libertà di coscienza. Per quanto mi riguarda, sarò all’antica e magari anche reazionario se non proprio oscurantista, sarò uno che ci tiene al decoro istituzionale e al senso delle convenienze, ma sulle scorribande di Sircana e di Mele non riesco proprio a passarci sopra. Fossero semplici cittadini, facessero quel che credono in base ai propri gusti e alle proprie inclinazioni. Ma essi rappresentano il popolo italiano. Ed io non ritengo che il popolo italiano meriti d’esser rappresentato, nel suo insieme, come una manica di puttanieri. L’essere una manica di mandolinisti, basta e avanza (mi riferisco, anche, a Togliatti: al XVI Congresso del Partito comunista dell'Unione Sovietica ebbe a pronunciare - vedasi pagina 185 del resoconto stenografico - queste parole: «È per me motivo di particolare orgoglio aver rinunciato alla cittadinanza italiana perché come italiano mi sentivo un miserabile mandolinista e nulla più»).