I pasdaran iraniani aiutano Al Qaida

E il figlio di Bin Laden fa da tramite. Il giovane Saad mediatore tra il
gruppo terroristico e il regime di Teheran. A provarlo una lettera
scritta dal vice di Osama, l’egiziano Al Zawahiri

Stavolta, forse, è saltata fuori la pistola fumante, la prova incontestabile, l’introvabile, arcano legame capace di provare la collaborazione tra Al Qaida e quei pasdaran iraniani garanti, tra l’altro, dell’ospitalità a Saad Bin Laden, figlio dell’imprendibile capo terrorista riparato in Iran dopo la batosta afghana del 2001. A sussurrarlo sono alcune fonti dei servizi segreti occidentali. A scriverlo è il quotidiano inglese Daily Telegraph riportando le indiscrezioni sull’intercettazione di una lettera di ringraziamento indirizzata da Ayman Al Zawahiri, numero due di Al Qaida, ai vertici dei pasdaran dopo l’attentato all’ambasciata americana nello Yemen.

La missiva, firmata di proprio pugno da Al Zawahiri, sarebbe stata scritta pochi giorni dopo l’attacco messo a segno a settembre dalle ricostituite cellule alqaidiste. E poi inoltrata all’ufficio di Saad. In quelle righe cadute, non si sa come, nelle mani dei servizi segreti occidentali il vice di Osama Bin Laden ringrazierebbe i capi delle Guardie Rivoluzionarie iraniane riconoscendo il ruolo giocato dai loro agenti nella riorganizzazione delle cellule yemenite.

Secondo la lettera citata dal Daily Telegraph, l’Iran non si sarebbe limitato a mandare i propri agenti, ma avrebbe anche messo a disposizione ingenti somme di denaro per riattivare la rete terroristica. E l’aiuto dei pasdaran avrebbe consentito di mettere a segno dieci attentati in un anno portando per due volte kamikaze e auto bomba davanti alla rappresentanza diplomatica statunitense. Senza l’assistenza monetaria e le infrastrutture messe a disposizione dai pasdaran, riconoscerebbe Al Zawahiri, non sarebbe stato possibile concludere quell’operazione. Il braccio destro di Osama Bin Laden si spingere anche più in là, riconoscendo ai Guardiani della Rivoluzione un ruolo strategico per la sopravvivenza e lo sviluppo dell’organizzazione terroristica. Solo il loro aiuto, infatti, avrebbe consentito la riapertura del nuovo fronte yemenita dopo le disfatte subite in Arabia Saudita e in Irak.

Le speculazioni sui legami tra Al Qaida e i pasdaran si susseguono dalla fine del 2001 quando un gruppo di militanti di Al Qaida guidati dall’oggi 29enne Saad Bin Laden e da Saif al Adel, un egiziano considerato uno dei capi militari dell’organizzazione, fugge dall’Afghanistan in Iran. Secondo Teheran il gruppetto, subito preso in consegna dai Guardiani della Rivoluzione, viene sempre tenuto sotto stretta sorveglianza e costretto agli arresti domiciliari nelle stanze di un convitto appositamente allestito. L’attenzione dell’intelligence occidentale si concentra però su Saif el Adel, alias Muhammad Ibrahim Makkawi, un ex colonnello delle forze speciali egiziane convertitosi all’integralismo dopo aver combattuto i sovietici in Afghanistan e trasformatosi in uno stretto collaboratore di Ayman Al Zawahiri in Egitto.

L’ex colonnello, accusato di aver pianificato gli attentati alle ambasciate statunitensi in Kenya e Tanzania del 1998, è anche sospettato di aver tenuto i collegamenti con Imad Mughnye, il capo militare di Hezbollah promosso ai vertici dei pasdaran. Mughnye, grazie a quel legame, avrebbe partecipato ai sanguinosi attentati del 1996 contro le caserme americane delle Torri di Khober, in Arabia Saudita, considerati il primo esperimento di collaborazione tra Iran e militanti di Al Qaida. Secondo altre indiscrezioni d’intelligence, risalenti al novembre 2006, sia Saad Bin Laden, sia Saif al Adel sarebbero stati rimessi in libertà due anni fa e inseriti in un piano di addestramento che prevede la formazione di una nuova leadership di Al Qaida per sostituire Osama e Al Zawahiri in caso di morte e cattura. Una nuova leadership, dicevano all’epoca le fonti d’intelligence, pronta ad operare in piena sintonia con i vertici dei Guardiani della Rivoluzione.