I pazienti hanno paura: scatta la grande fuga dall’ospedale fantasma

In due giorni a decine hanno firmato per lasciare le corsie: ora i malati sono 98 su 146 posti letto

Castellaneta - Domando a Vito Claudio Almirante, proprietario dell'osteria Rodolfo Valentino: se stasera si sente male: non so, un dolorino proprio qui, nel centro del petto - facendo corna, s'intende - lei in quale ospedale si fa portare? Vito sorride di traverso, tuffa le mani dietro il grembiule immacolato e protesta divertito. «Ma le sembrano giornate in cui uno si possa sentire male? Qui, con l'aria che tira, bisogna sforzarsi di stare bene. Anche ammalarsi sta diventando un lusso». Aggiunge una signora sulla cinquantina, seduta davanti a una torreggiante montagna di cozze alla marinara: «Se proprio proprio devo andare all'ospedale, in genere mi porto il rosario. Ma ora ci vuole un rinforzino. Accanto al rosario ci metterei un'immaginetta dell'Addolorata e una di padre Pio».

Si ride per non piangere, certo. Ma il sospetto, la disaffezione, se non già la paura, crescono a vista d'occhio, allagano i pensieri. Per fortuna lassù, in cima alla collina, accanto al cimitero, sotto la piramide dell'ospedale dove gli errori sono altrettanto piramidali, si registra anche qualche nota positiva. Stamani, per esempio, si sono registrati numerosi casi di improvvisi, stupefacenti miglioramenti nelle condizioni di alcuni malati ospitati nel reparto di medicina. Gente che si è sentita così in gamba, d'un botto, da chiedere sotto la propria responsabilità d'essere dimessa in un là per là.

Voci, malevoli insinuazioni, dice il direttore sanitario Cosimo Turi. «A me risulta solo il caso di un ragazzino di Massafra con una sospetta appendicite. Piuttosto che portarlo da noi, il che sarebbe stato logico, mi hanno detto che i genitori lo hanno dirottato altrove». Insomma, sarà dura recuperare la fiducia della gente, ammette il cardiologo Antonio Scarcia, 57 anni, primario del reparto di terapia intensiva dove si respirava protossido d'azoto invece di ossigeno. Nel suo reparto, che dispone di 12 posti letto, oggi i malati sono solo 5. E 98, in tutto l'ospedale, su una capacità ricettiva di 146.
Gli ispettori della commissione tecnica regionale se ne sono appena andati con le borse gonfie di fotocopie: cartelle cliniche dei morti sospetti, protocolli di collaudo, mappe degli impianti incriminati. Nell'ampio vestibolo allagato dalla luce e dal caldo canelupo prodotto dalla piramide-serra, a fine mattinata è il deserto. Non si vedono parenti, né medici, né infermieri. Deserto e silenzio, come nel duomo di Milano alle 4 del mattino.

Fuori, a rispondere alle domande dei cronisti che ancora presidiano l'ospedale, è rimasto solo il dottor Scarcia. Avvilito, depresso, dispiaciutissimo, magro come un passero, Scarcia si aggrappa alla sua borsa di pelle come a una zattera di salvataggio. E ripercorre con la memoria le fasi culminanti di quell'ultima, atroce agonia cui assistette di persona. Sul lettino della Utic, l'altro giorno, c'era Cosima Ancona, 73 anni. L'anestesia in vena, la ventilazione con l'«ossigeno», l'intubazione, la cianosi della paziente… «Insieme con l'anestesista, la dottoressa Saracco, abbiamo rivisto tutte le fasi dell'intervento. Ho guardato perfino la data di scadenza del farmaco che avevamo iniettato, il Diprivan. Solo dopo, quando ho collegato l'attacco del tubo da cui sarebbe dovuto uscire ossigeno a un respiratore automatico, che analizza anche la qualità oltre che la quantità del gas, mi sono dovuto arrendere all'evidenza.

Dall'erogatore usciva protossido d'azoto puro al 99,9 per cento».
E ora? «Ora continueremo a lavorare come prima. Ai pazienti dico che possono fidarsi. Lo stato d'animo è quello che è, ma faremo il nostro lavoro come sempre, con rigore e serietà, sacrificando la famiglia e il tempo libero. Pensi che da gennaio, visto che noi cardiologi siamo 7 sui 10 previsti dall'organico, nessuno di noi ha fatto un giorno di vacanza».

Di «morale a pezzi» parla anche il direttore sanitario, Cosimo Turi,un tempo medico legale e criminologo. Turi gira per gli ambulacri inutilmente enormi dell'ospedale deserto e punta il dito sull'enorme palo con lampade («dovrebbe simboleggiare un albero», ghigna) che presidia la scala mobile, proprio sotto la piramide. «Ma si rende conto che per cambiare l'ultima lampadina, lassù in alto, ci vuole un carrello elevatore? E quanto costa? E tutte queste finestre sigillate: per pulirle da fuori devo far intervenire una macchina apposita. E la piramide, che da sola è costata un miliardo? Diecimila euro per un pannello di vetro che si rompe, e l'aria calda che se ne va d'inverno, e quella fresca d'estate, visto che la base della piramide non è sigillata». Per non dire del Pronto soccorso, dove se serve un defibrillatore o un aspiratore non si sa da che parte girarsi; e perfino la macchina che assegna le priorità, con i codici di colore diverso a seconda della gravità dei casi è andata in sonno dopo l'inaugurazione. Era questo il «nuovo corso» nella Sanità pugliese di cui parlava due anni fa il governatore Nichi Vendola?