I pazzi che giocano a calcio: «I veri matti sono in serie A»

Ormai per amare il calcio bisogna essere matti. Non matti da legare, ma da slegare e far correre in un campo, palla al piede.
Loro - i matti -, in un mondo dove assistere a una partita può significare perdere la vita, oggi dovrebbero diventare un modello di riferimento. «Loro» sono i giocatori del Gabbiano, la squadra campione d’Italia dei dipartimenti di salute mentale. Una formazione pazza: in senso letterale. È dall’esempio di questo club, con le rotelle fuori posto eppure magicamente ordinate, che gli inconsapevoli «matti» del calcio professionistico farebbero bene a ripartire per sperare in un futuro senza scandali, senza risse, senza morti. Insomma, l’esatto contrario del football di oggi, specializzato nel dare di matto.
Carlo Strappaghetti è il capitano del Gabbiano: «Direttori sportivi che chiudono gli arbitri negli spogliatoi, arbitri e giocatori intercettati, campionati addomesticati. Basta, se lo tenessero il loro calcio. I malati sono loro, non noi. La gente dovrebbe spegnere i televisori e venire a vedere le nostre partite, perché il calcio vero è rimasto solo il nostro: la polvere, il fango, le porte con le reti tutte rotte. E soprattutto la voglia di stare insieme. Un calcio sano, sanissimo, anzi terapeutico. Perché a me il calcio m’ha salvato la vita. Nel vero senso della parola».
Stessa sorte per gli altri suoi compagni di squadra e per l’intero «staff societario» che da anni volano sulle ali di un Gabbiano, unico nel suo genere.
«In videoteche e librerie è disponibile il dvd che racconta la nostra storia - spiegano al Giornale i protagonisti del film Matti per il calcio, scritto e prodotto da Volfango De Biasi e Francesco Trento -. Oggi nei nostri cuori c’è il ricordo dell’ispettore Raciti, ucciso durante gli scontri di Catania. Una commozione che si estende alle tante vittime di un pianeta calcio che - differentemente dal nostro - è arrivato all’ultimo stadio della pazzia. Noi infatti, grazie al calcio, stiamo guarendo; invece loro - quelli che si credono “sani” - hanno definitivamente perso l’uso della ragione».
Chi ha visto il film è rimasto entusiata: «Una grande lezione di vita» (Walter Veltroni), «Una pellicola bellissima» (Gianni Mura), «Divertente e poetico» (Vincenzo Mollica), «Tutti lo dovrebbero vedere» (Serse Cosmi).
Un racconto-verità animato da quindici pazienti psichiatrici, un ex calciatore e uno psichiatra per allenatore: è la squadra del Gabbiano, impegnata in un campionato di calcio per pazienti psichiatrici; tutti i suoi giocatori sono in cura con psicofarmaci e lottano per tornare a un’esistenza normale.
«Il pathos del risultato sportivo convive con le storie di ogni ragazzo - racconta “mister” Mauro Raffeli, il medico che ha creato questo fantastico gruppo -. Storie dense, crude e mai così significative come oggi che i campionati professionistici sono “chiusi per violenza”».
Storie come quelle di Marione, il bomber sovrappeso dal tiro micidiale, colpito dalla schizofrenia dopo un lungo viaggio in Oriente. Di Sandro, l’ex poliziotto dei corpi speciali ora pittore e poeta. Di Valerio, il portiere silenzioso che spera di non ricadere nella droga. Di Benedetto, l’ala destra che parla con le «voci». E dei loro compagni, uniti per 365 giorni da un solo obiettivo: vincere il campionato e sconfiggere i rivali del Tucano.
Un inno alla poesia dello sport, al potere taumaturgico del calcio, alla sua capacità di unire, di far rinascere, di far sognare.
Un inno sparito da tutti i grandi stadi, ma anche da molti campetti di periferia.