I peccati erotici del monastero santificati dagli autori maledetti

Da Pietro Aretino a De Sade la grande letteratura ha spesso narrato la «castità perduta». Ed è eterno il mito manzoniano della monaca di Monza

Chi ha violentato questa donna? Chi ha filmato gli amplessi? Chi, nell'austerità di un convento, ha dato libero sfogo agli istinti e alle passioni? Il frate amico e confessore della bella e brava Luana Borgia? Il frate che dallo stand della storica rivista porno Le Ore chiede aiuti per i bambini del Centrafrica? Il frate fondatore della Discoteca Francescana, deciso a sostituire l'abuso di alcol e droghe con drink alla frutta e fiori freschi? Sì, o forse no. O forse anche. Perché se le indagini riveleranno l'innocenza del religioso, negare l'eventualità di simili circostanze è ipocrita e antistorico. Ogni tabù, insegna la psicoanalisi, nasconde un desiderio. Ovvero ogni simbolo racconta delle frustrazioni e dei divieti. In questa vicenda, sul piano della storia, il simbolo è la veste religiosa, la frustrazione quella erotica. E non c'è nulla di più normale. Di più naturale. Vieta qualcosa e da qualche parte spunterà qualcuno che farà della trasgressione al tuo divieto una regola di vita. I limiti, i simboli e i tabù sono qui per essere abbattuti, a prescindere dalla santità della regola che li pone in essere. Secoli di letteratura lo hanno evidentemente raccontato e dimostrato. Dall'Aretino a Von Masoch, da De Sade all'occhio del surrealismo più estremo, quello di Bataille. E, perché no, anche la monaca di manzoniana memoria, assassina e dannata, ha qualcosa da dire in merito. Tonaca e convento hanno ispirato licenze poetiche e motteggi ironici sugli amori religiosi. Pietro Aretino divaga intorno alle lussuriose fantasie di Fra’ Cipolla. I suoi Dubbi amorosi sono un fuoco pirotecnico di suore, monaci e preti che ballonzolano di qua e di là. Il divino De Sade si diverte ad ambientare le disavventure di Justine in un paio di conventi. E allora perché stupirsi? Perché, a questa notizia, non voltiamo pagina e andiamo oltre, come crudelmente sappiamo fare di fronte ad avvenimenti ben più importanti e tragici? Sostanzialmente, credo, per due motivi. In primo luogo perchè tutto quello che riguarda l'erotismo (in tutte le sue forme, più o meno esasperate) ci attrae, consciamente o no, senza freni. È proprio trovarsi di fronte al peccato degli altri che scarica in una certa misura le nostre colpe e ci «salva» agli occhi di una morale comune.
In secondo luogo perché il francescano accusato di stupro e comportamenti lussuriosi è l'ennesimo religioso che ha usato la televisione per evangelizzare, predicare, diffondere il Verbo. L'ennesimo religioso che, suo malgrado (o forse no...), ha usato il mezzo più falso e ipocrita per argomentare il valore delle sue tesi. Se veramente, come appureranno le indagini, il francescano ha sedotto delle donne e organizzato orge nel suo convento, almeno non stupiamoci. Non facciamoci raggirare dalla virtualità. Certe cose non cambiano mai. È solo il modo di raccontarle a cambiare, sono i mezzi di cui ci serviamo a trasformarsi. E poi, in fondo, «mediante un divieto della trasgressione organizzata, a sua volta il cristianesimo approfondì i gradi del turbamento sensuale», ci ricorda Bataille scrivendo a proposito di homo eroticus e cristianesimo. Storie come questa non si limitano a mettere in discussione l'effettiva integrità di chi nella vita ha fatto scelte definitive come la castità o la povertà. Vicende come questa toccano i simboli ricostruiti dalla televisione. A colori e in bianco e nero. Oggi sempre più a colori.