I pediatri si fanno l’autoanalisi: «Coi genitori serve più chiarezza»

Pediatri più vicini alle famiglie. Da una parte capaci di affrontare tutte le sfide delle scoperte in campo medico, ma dall’altra umani nel rapporto con il bambino e i suoi genitori che chiedono spiegazioni convincenti. È l’obiettivo del Congresso della Sip, Società Italiana di Pediatria, in corso da ieri a Genova, un appuntamento che vede riuniti ai Magazzini del Cotone tremila specialisti da tutta Italia. «La Sip tra scienza è famiglia: l’importanza della comunicazione» è il titolo che spiega il presidente del Congresso Pasquale Di Pietro, direttore del Dea, dipartimento di emergenza del Gaslini: «In qualità di medici, di pediatri, abbiamo il dovere etico e morale di riferire ogni nostra azione e scelta a quanto la scienza ci indica. Ma il sapere di un medico, di un pediatra, deve essere reso accessibile ai suoi interlocutori. Per questo è essenziale la capacità di comunicare ed entrare in relazione, innanzi tutto con i nostri giovani pazienti e le loro famiglie, ma anche con le istituzioni, con la società civile, con i media». È capitato, talvolta, anche recentemente, che, in casi finiti tragicamente, i genitori se la prendano coi medici che non avrebbero capito. «Serve vedere caso per caso e anche in ciò la comunicazione può fare molto. Se i media seguissero fino in fondo ogni episodio anche con le risultanze degli esami autoptici, magari alla fine verrebbe fuori la verità, qualunque sia, che chiarisce le idee a tutti», precisa Di Pietro. Lui, secondo presidente ligure della Sip, in 110 anni, ha pensato anche un altro momento di novità assoluta in un congresso del genere. Una tavola rotonda sul disagio giovanile, dal bullismo alle droghe, che ha come titolo «Adolescenti oggi: disagio giovanile e società del consumo» e che vedrà riuniti al Ducale insegnanti, psicologi e giornalisti. Gli studenti del liceo saranno poi coinvolti nell’ultima giornata del convegno, sabato, in un corso pratico di rianimazione cardiocircolatoria.
«Parleremo anche di situazioni ospedaliere e di sostegno all’allattamento al seno, che spesso viene interrotto dalle mamme al terzo mese. A questo proposito abbiamo affidato una ricerca allo studio di Renato Mannheimer».