I peggiori antisemiti? Gli islamici

Dalla farneticante propaganda di Ahmadinejad agli attentati in India e
alla pubblicistica aggressiva Uno studio del gesuita Giovanni Sale
spiega cause e modalità di un fenomeno in rapida espansione

Milano - Lo riscontriamo purtroppo ormai da anni nelle farneticanti affermazioni del presidente iraniano Ahmadinejad, che vorrebbe cancellare il «tumore canceroso» dello Stato di Israele dalla cartina geografica e organizza convegni che negano l’Olocausto. Lo abbiamo constatato ancora una volta in occasione dei recenti tragici attentati di Mumbai, in India, quando i militanti jihadisti di origine pachistana autori delle stragi hanno preso di mira la Nariman House, importante centro ebraico della città: «Volevamo colpire gli israeliti – ha affermato uno dei terroristi arrestati – per vendicare le atrocità commesse contro i palestinesi». Negli ultimi decenni si assiste a una lenta ma inesorabile «islamizzazione» dell’antisemitismo. Fenomeno, quest’ultimo, che andava scomparendo, almeno negli ambienti della cultura ufficiale, in quell’Europa che pure nei secoli passati l’aveva prodotto e divulgato, ma che è tornato a rifiorire in molti Paesi islamici, ripetendo gli stessi stereotipi del passato, inizialmente copiati e tradotti da testi occidentali in modo meccanico e quindi interiorizzati.

È un tema sul quale ancora poco si riflette nel nostro Paese, quello affrontato dal gesuita Giovanni Sale, docente di storia alla Pontificia università Gregoriana e scrittore dell’autorevole rivista La Civiltà Cattolica, che ha condotto una ricerca sull’antisemitismo nei Paesi islamici e ne anticipa le conclusioni al Giornale. Un confronto tra la letteratura arabo-musulmana sugli ebrei prodotta in questi ultimi decenni e ciò che è stato precedentemente scritto sulla stessa materia ci aiuta a capire meglio i cambiamenti avvenuti nel mondo arabo a questo proposito. «Innanzitutto – spiega padre Sale – balza agli occhi il carattere ossessivo di certi temi presenti in questo tipo di pubblicistica: mentre in precedenza gli ebrei erano visti come un problema secondario o irrilevante, oggi essi sono considerati come la principale minaccia che incombe sul mondo islamico».

Ha fatto notare lo storico Bernard Lewis: «L’ebreo non è più l’insignificante e inefficiente intrigante dello stereotipo tradizionale; ora è diventato un simbolo del male universale, impegnato in complotti diabolici contro l’intera umanità». E questi stereotipi non sono soltanto presenti nel dibattito politico e ideologico, ma permeano ormai tutta la vita culturale, religiosa e artistica di molti Paesi islamici. Inoltre, non sono più confinati in pubblicazioni secondarie e marginali a uso di pochi adepti, ma appaiono, osserva lo storico gesuita «sempre di più sui giornali di grande divulgazione, sui programmi televisivi e radiofonici controllati dalle autorità governative, e perfino nei libri di testo scolastici».

Una proliferazione di letteratura antisemita così massiccia e violenta, è la conclusione di padre Sale, si è avuta soltanto al tempo del processo contro Dreyfus in Francia all’inizio del Novecento, e durante la dittatura nazista in Germania. Alcuni Paesi arabi, ai quali si è recentemente unito l’Iran, sono infatti divenuti i centri principali dell’antisemitismo internazionale: da qui la letteratura e la propaganda antiebraica sono diffuse in tutto il mondo musulmano, conquistando un pubblico nuovo e finora mai raggiunto, quello cioè dell’Africa, dell’Asia sudorientale e di altri Paesi del terzo Mondo. Questa produzione letteraria, a differenza di quanto accadeva in un recente passato, non fa nessuna distinzione tra israeliani, sionisti ed ebrei. Tutti, per il solo fatto di essere «ebrei» o di origine ebraica, sono uniti nella stessa condanna. «La prima cosa da chiarire – ha scritto un intellettuale arabo – è che tra ebreo e israeliano non si deve fare alcuna distinzione, negata del resto anche da loro. L’ebreo rimane ebreo anche per millenni nel calpestare tutti i valori morali, nel divorare il vivente e berne il sangue per amore di poche monete. Mettiamo dunque da parte queste distinzioni e parliamo soltanto degli ebrei».

Padre Sale ha ricostruito il processo storico che ha portato all’islamizzazione dell’antisemitismo, iniziata nel secolo XIX. «All’inizio – spiega il gesuita – essa ha toccato soltanto alcuni ambienti, in particolare le minoranze arabe cristiane che avevano frequenti contatti di carattere culturale o commerciale con i Paesi occidentali. Le minoranze cristiane d’Oriente in quel tempo consideravano gli ebrei i loro principali concorrenti in ambito economico e finanziario. È in questo clima di risentimento e di lotta intestina che presero forma in ambiente arabo-cristiano le vecchie accuse di omicidio rituale rivolte agli ebrei, arricchite di nuovi aneddoti e presunte crudeltà».

Attraverso le comunità arabe cristiane, secondo padre Sale, la propaganda antisemita di stampo occidentale è dunque penetrata nel mondo musulmano. La prima pubblicazione di questo genere appare a Beirut nel 1869: si tratta di un testo popolare che pretende di essere la confessione di un rabbino moldavo convertito al cristianesimo e «rivela» con uno stile colorito gli errori e gli orrori della religione ebraica. Un secondo libello viene pubblicato al Cairo nel 1893 ed è una libera traduzione di un prolisso libro francese pubblicato nel 1889. Per anni questo tipo di antisemitismo, osserva il gesuita, «rimase un fenomeno marginale, che interessava soltanto la popolazione cristiana dei Paesi d’Oriente e solo marginalmente toccava la popolazione musulmana».

Col passare del tempo, però, si è finito per non badare più alla distinzione tra ebrei e sionisti, tra stranieri e compatrioti. E da fenomeno elitario, l’antisemitismo è divenuto di massa. L’attacco contro gli ebrei viene portato avanti da più parti in modo indiscriminato, con scritti antisemiti prodotti e importati dall’Europa; primi fra tutti il De Talmudjude, del canonico Rohling, e i Protocolli degli anziani di Sion, scritti nella Russia zarista da falsari antisemiti. Testi che in Europa erano ormai del tutto screditati. Le traduzioni in arabo dei Protocolli sono a tutt’oggi più di venticinque e innumerevoli le riedizioni. E la lettura di questo testo, osserva lo storico gesuita, «è consigliata non solo dai militanti integralisti, ma anche da importanti capi di Stato e monarchi arabi».

Lo sviluppo dell’antisemitismo nei Paesi arabi coincide con la crescita degli insediamenti sionisti in Palestina (cioè con il crescente timore dei nativi che il Paese potesse perdere il proprio carattere arabo e islamico) e registra un notevole aumento con la costituzione dello Stato ebraico, raggiungendo il suo apice come fenomeno di massa, e in qualche modo il suo punto di non ritorno, con le guerre arabo-israeliane, in particolare con la «guerra dei sei giorni» del 1967. In diversi Paesi islamici sono infatti venute meno esperienze positive di convivenza tra maggioranza musulmana e minoranza ebraica, e oggi i Paesi arabi in cui non vivono più cittadini ebrei stanno bene attenti a non ammetterne alcuno, neanche come turista. «L’ebreo – conclude Sale – non essendo più una presenza familiare e vicina, come era stato per secoli in una cultura improntata alla coabitazione, può ormai essere dipinto con le tinte più fosche, come una satanica incarnazione del male».