I pensierini della Turco valgono il premio Grinzane

Il prestigioso «Cesare Pavese» assegnato al ministro per un saggio sull’immigrazione

Giuseppe Salvaggiulo

da Milano

Annunciati con clamore, recensiti con dovizia e ossequio sui giornali, esibiti dai clientes nelle affollate presentazioni, ammanniti ai frequentatori delle feste dell’Unità (che faticano a digerirli più delle salamelle), poi puntualmente relegati negli scaffali più polverosi. La parabola dei libri scritti da politici in carriera è nota e non sorprende più. Mancava però l’ultimo tassello, quello necessario a perpetuare la gloria letteraria dell’illustre (e onorevole) autore.
Ecco fatto. Ieri il ministro della Salute Livia Turco è stata insignita del «Premio Grinzane-Cesare Pavese» per la sezione saggistica. Un riconoscimento per il suo esordio letterario «I nuovi italiani. L’immigrazione, i pregiudizi, la convivenza» pubblicato l’anno scorso da Mondadori.
Il premio, nato 23 anni fa per celebrare uno dei principali autori italiani del Novecento, è inserito nel programma del prestigioso Grinzane Festival. Viene consegnato nell’anniversario della morte di Pavese (suicida il 27 agosto 1950) con una cerimonia che si svolge nella casa natale dello scrittore, a Santo Stefano Belbo (Cuneo). Tre le sezioni: narrativa, poesia, saggistica.
Che c’azzecca Livia Turco con Cesare Pavese? Che cosa hanno in comune la funzionaria di partito con lo scrittore del realismo esistenziale? «L’attualità contemporanea del tema dell’immigrazione ben si integra con lo spirito del premio», spiega laconica la giuria nella motivazione ufficiale.
Urgono approfondimenti. La geografia non fornisce pistole fumanti. Entrambi piemontesi, sono però nati a 85 chilometri di distanza. Riferimenti letterari? Nel libro, ce n’è solo uno a pagina 5: «A Santo Stefano Belbo, dove è nato Cesare Pavese, gli immigrati nel 2002 erano il 67% della popolazione». Un po’ poco per giustificare un premio. Ogni anno le case editrici italiane sfornano centinaia di saggi sull’immigrazione, ma evidentemente nessuno ha le qualità che la giuria del «Grinzane-Cesare Pavese» ha riscontrato in frasi come «il successo dei phone center nei piccoli e grandi centri è la dimostrazione concreta di quanto sia forte il bisogno di mantenere un legame vivo e quotidiano con le persone cui si vuole bene: fa sentire forte il sentimento e il valore delle origini».
Il giallo resta. E senza nulla togliere alla serietà e allo sforzo di documentazione del volume della Turco, lascia spazio a qualche cattivo pensiero. Certo la scoperta del talento letterario della ministra dev’essere stata folgorante, ma non sarebbe stato più elegante evitare di assegnarle un premio promosso dalla Regione Piemonte, governata da una sua compagna di partito? Non si coglie un retrogusto amaro, una fastidiosa strizzatina d’occhio in queste premiazioni ai politici?
Certo, soprattutto a sinistra i libri dei politici sono una cosa seria. Occasione per svolte storiche, revisionismi e guerre intestine. Ma anche cartine di tornasole di avanzamenti o declini di carriere. Una decina di anni fa, la rivalità tra Massimo D’Alema e Walter Veltroni si misurò nel numero di copie vendute dei rispettivi libri alla festa nazionale dell’Unità: Un paese normale contro La bella politica. E oggi, mentre il sindaco di Roma sforna un nuovo romanzo di sicuro successo, passa sotto malinconico silenzio l’ultima fatica letteraria di Achille Occhetto, «Potere e antipotere».
Così va la politica. Poi c’è chi non ha neanche bisogno di scrivere un libro per ottenere un premio. D’Alema è stato appena insignito del «Margherita d’oro 2006» dal Comune di Margherita di Savoia (Foggia) per alti meriti istituzionali.
Quando si dice il potere.
giuseppe.salvaggiulo@ilgiornale.it