I pentiti della politica tornano a insegnare

«Me ne torno a insegnare». Questo è il refrain che, invece di essere preso come un nobile gesto culturale, dovrebbe invitarci a riflettere su come sia diventato oggi il rapporto tra tecnico-intellettuale e politica
Non solo nelle democrazie, ma anche nelle dittature comuniste e naziste la politica si è servita di tecnici-intellettuali non certo allo scopo di decorare l’azione amministrativa attraverso qualche bel nome da esibire come un fiore all’occhiello. Se sfogliamo l’album della cultura del ’900, ci accorgiamo di quali grandi personalità hanno offerto il loro sostegno alla politica in cui credevano. Il filosofo tedesco Martin Heidegger, il poeta Ezra Pound, Giovanni Gentile, hanno pagato duramente il loro impegno intellettuale con il nazismo e il fascismo. Il filosofo ungherese Georgy Lucàks, ministro della Cultura durante il governo che nel 1956 cercò di scrollarsi di dosso il giogo sovietico, fu a un passo dal patibolo, graziato per rispetto della grandezza del suo pensiero.
Nomi di intellettuali, accanto a molti altri, che non hanno mai detto «me ne torno a insegnare», ma hanno condiviso la lotta politica cui avevano dato il loro contributo culturale. Insomma, l’intellettuale diventava un politico, pur rimanendo un intellettuale, e offrendo in quella veste il suo contributo.
Questa relazione, senza andare troppo lontano, la ritroviamo anche in casa nostra. Vi potete immaginare un Aldo Moro, un Amintore Fanfani che dopo una riunione di governo annunciano le loro dimissioni dicendo: «Me ne torno a insegnare»?
Invece, nella cosiddetta «Seconda Repubblica» è cambiato il modo di pensare, il rapporto tra tecnico-intellettuale e politica. Il contributo di competenze culturali viene imprestato alla politica finché questa non impegna realmente la persona, coinvolgendola nel destino della sua azione. Mentre un tempo poteva essere davvero drammatica la relazione tra intellettuale e politica, vedi il caso del filosofo Heidegger o di Aldo Moro, adesso non si arriva mai a un reale coinvolgimento politico del tecnico-intellettuale.
Ora, Domenico Siniscalco, anche se non ha la statura dei nomi precedentemente citati, tuttavia è senza ombra dubbio un eccellente economista: un tecnico-intellettuale di tutto rispetto. Dunque, la sua frase con cui ci comunica quale sarà da oggi la sua attività non è affatto un segno di superficialità, ma testimonianza di un profondo cambiamento della relazione intellettuali-politica, di cui viene soprattutto penalizzato il centrodestra.
La sinistra continua a trattare gli intellettuali come «compagni di strada» di leniniana memoria, utili quando servono, quando non servono viene loro messa la sordina per evitare che disturbino il manovratore. Per questo sono finiti in un malinconico silenzio i girotondini e i morettiani, gli anchor man incendiari e quelli della satira a senso unico.
Il tecnico-intellettuale di centrodestra si trova in una posizione molto più difficile perché a lui non è riservata - mal che vada - una temporanea sordina, ma la delegittimazione. La sinistra ha un sistema di interdizione dell’intellettuale molto efficace e crudele, costruito con il sostegno dei giornali, delle corporazioni accademiche, delle conventicole letterarie.
Ecco allora che il tecnico-intellettuale di centrodestra ama mostrarsi al di sopra delle parti, una posizione comoda soprattutto per proteggersi dalla sinistra. Offre le sue competenze alla politica, ma si lascia alle spalle una porta aperta, non si sporca le mani. Oppure indica un’area in cui amerebbe impegnarsi politicamente, come ha fatto Mario Monti, persona di grande qualità: quest’area, il grande centro, è un luogo utopico. Il luogo non c’è, e così si giustifica la propria assenza dall’impegno politico.
E, in generale, si può osservare ciò che sta accadendo nella scelta dei sindaci delle grandi città. Nomi importanti, suggeriti dalle loro carriere scientifiche, ma che amano mostrarsi al di sopra delle parti. Accettano la candidatura eventualmente con il sostegno di una lista civica, perché dichiarano di essere né con gli uni né con gli altri, e per questo il loro contributo va considerato soltanto in qualità di tecnici. Il risultato politico sarà inevitabilmente pessimo.
La storia ha dimostrato che le competenze culturali possono dare buoni risultati solo si è responsabilizzati politicamente: se si rimane con un piede fuori per non rovinarsi la faccia, per schivare gli attacchi, la propria presenza politica soddisfa solo il proprio narcisismo.
Noi abbiamo un esempio di tecnico che ha svolto un ruolo politico importante e in modo molto positivo, che non si è risparmiato, che non ha rinunciato a farsi coinvolgere dalla politica, svolgendo una funzione decisiva. Penso al ministro Letizia Moratti: grandi competenze tecniche e grande impegno politico, coraggioso di fronte alla più becera controinformazione; e i risultati si sono visti.