I «Percorsi» di Bovio alla ricerca dei ricordi

Parafrasando il celebre aforisma di Feuerbach, potremmo dire che l'uomo è ciò che comunica, perché comunicare, gettare ponti verbali tra sé e gli altri, costituisce la sua essenza più profonda.
Chi non comunica, chi si chiude nel proprio io come in una fortezza assediata, perde, almeno in parte, il diritto a dirsi membro dell'umano consorzio. Non a caso, gli antichi anacoreti si coprivano di pelli, vivevano sul capitello di altissime colonne, si nutrivano di locuste e radici, quasi a sottolineare la loro solo marginale appartenenza al genere umano.
Franco Bovio, in questa sua ultima raccolta di poesie, dal titolo quanto mai significativo, Percorsi, fa della comunicazione la protagonista indiscussa dell'intero volume. Egli colloquia ininterrottamente con qualcuno, tanto è vero che quasi tutte le liriche che compongono la silloge muovono da un tu iniziale.
È un tu che cerca una lei o un lui nello spazio vicino o remoto e, una volta rapitolo nella propria scia come potrebbe fare una cometa con le particelle che ne costituiscono la chioma, si affranca dalle leggi del tempo e dello spazio, per incominciare a ricordare.
Perché «le parole - e Bovio ce lo rivela in un aforisma di Nicolàs Gòmez Dàvila, che egli colloca, a mo' di faro all'interno del risvolto di copertina - non comunicano, ricordano». Poesie come Mare di Liguria, 1945, Maestra, Resistenza, Solidarietà ed egoismo, Il libro, Pegli, vivono tutte di questa progressiva mutazione ontologica, che da strumenti di comunicazione le trasforma in ricordi.
Nascono come annunzi di vita, come constatazioni di una realtà presente, come riflessioni sulla contemporaneità e, poco per volta, perdono la propria natura, entrando nel cono d'ombra del passato.
L'evocazione del tempo felice della giovinezza, che a volte - come affermava Proust ed in fondo anche Montale - sa ritornare vivo e presente grazie al sortilegio di qualche talismano. In apparenza, cosa futile, da nulla, ma capace invece ( si vedano liriche come Dono, Il pupazzo, Il berretto, Vecchia carrozza ) di ordinare ai granelli di sabbia della clessidra di arrestarsi, di non scorrere più, di raggelare l'attimo nell'eternità.
Questa la parte più intima e profonda, almeno a parere di chi scrive, dell'ultima fatica poetica di Franco Bovio. Ai contemporanei, Bovio, nell'ultima lirica della silloge, indirizza un appello che è anche un invito, un'esortazione, una sorta di ordine. «È ora di muoverci,/ Uomini di buona volontà./ È ora davvero».
Franco Bovio, Percorsi. Poesie. Linea Grafica Stampa & Design, Genova 2005, pag.81, Euro 10.