I phone center: «Con la nuova legge si chiude bottega»

I proprietari contestano le norme annunciate dalla Regione: «Troppo severe. E non abbiamo i soldi per attrezzare i locali»

Nella casbah dietro Porta Venezia ogni vetrina parla una lingua diversa. Nella manciata di isolati stretti tra via Settala e via Tadino fioriscono i phone center. Un paio di stanze al massimo, qualche cabina con gli apparecchi a scatti, tavoli con i computer. In questa zona si concentra quasi il 10 per cento delle attività nel mirino della Regione, con il nuovo disegno di legge a firma dell'assessore al Commercio, Franco Nicoli Cristiani, e del collega all'Urbanistica, Davide Boni. Il provvedimento, contenuto nel nuovo testo unico sull'urbanistica, dovrebbe essere votato nelle prossime settimane, al massimo entro le prime settimane del 2006. Disposizioni severe «per eliminare questa situazione da far west» come ha spiegato il leghista Boni. Nello specifico i titolari, e quattro volte su cinque si tratta di immigrati, dovrebbero provvedere alla realizzazione di servizi igienici all'interno dei locali, all'individuazione di un posto auto all'esterno, all'eliminazione delle barriere architettoniche. Inoltre la norma prevede una distanza minima tra due attività simili e l'obbligo di registrazione di chi utilizza internet, disposizione già contenuta nel pacchetto Pisanu contro il terrorismo in vigore dallo scorso agosto.
Dietro a vetri che sembrano mappamondo si trovano rabbia, sorpresa, indignazione. «Con questa nuova legge non vedo molte possibilità per lavorare ancora in futuro - dice Hasan, che gestisce Alam phone service in via Tadino -. Non abbiamo i soldi per mettere in pratica tutte le modifiche richieste. Il parcheggio, poi, mi sembra un'assurdità». C'è chi liquida i curiosi in pochi secondi: «Il proprietario non c'è, torni un'altra volta». C'è chi si lamenta: «Io ho tolto le postazioni internet - racconta il titolare del Touba phone card di via Settala -. Il bagno c'è già. Il problema è il lavoro, di questi tempi scarseggia. Comunque questa legge mi sembra buona, se intende dare serietà all'ambiente. Togliamo di mezzo i gestori di negozi poco chiari».
Il problema della concorrenza ritorna in molte conversazioni. Sagit è pachistano, non ha nemmeno trent'anni e ha aperto un internet point in via Panfilo Castaldi. «In poche centinaia di metri, in tre strade, ci sono quasi dieci call center - conta sulle dita -. Non si può più lavorare, mi tocca rimetterci di tasca mia per catturare qualche cliente». Il giudizio sul giro di vite è negativo. «Le procedure diventano troppo complesse - aggiunge Sagit -. Poi molti degli stranieri che vengono qui non hanno documenti. Si metteranno a utilizzare i cellulari e noi dovremo chiudere».
Tra via Palazzi e via Lecco è zona di Eritrea. Ex colonia italiana in Africa, colonia africana in Italia. Ma i figli di Asmara si sentono abbandonati. «Noi siamo cristiani e siamo contro il terrorismo. Nei nostri negozi entrano soprattutto connazionali - dice il gestore del Lunaphone -. Io tengo il registro aggiornato di tutti i miei clienti e sono perfettamente in regola, ma questa nuova legge mi sembra eccessiva. Ci obbligherebbe a nuove spese e già guadagniamo sui centesimi, vogliono farci chiudere. Perché non vengono a parlarne con noi, prima?». Moga è una bella signora eritrea con due bambini: «Ho smesso di fare la badante e ho aperto questo internet point perché con i figli nessuno mi dava da lavorare - racconta dietro il banco dello Yodit, in via Lecco -. A ogni persona che entra devo chiedere i documenti, ma io non lavoro in polizia. Qui fino a qualche mese fa venivano anche i clienti stranieri degli alberghi da Porta Venezia e da piazza della Repubblica: spagnoli, tedeschi, inglesi. Ora non si fidano più, non capiscono. Nel loro Paese non esistono leggi del genere. Così non si riesce più ad andare avanti e non si combatte nemmeno il terrorismo. Quelli usano cellulare e schede prepagate».
Via Padova è l'altra via della comunicazione multirazziale di Milano. Macellerie islamiche, take away cinesi, bazar pachistani. E phone center. Di tutti i tipi. I cinesi, e gli orientali in genere, glissano. Il titolare non c'è mai oppure è l'italiano a far difetto. Solange è ecuadoriana ed è proprietaria de Los Reyes, attività di money transfert e phone center. «All'inizio non esisteva nessun tipo di controllo. Dopo gli attentati in tutto il mondo, però, la tolleranza verso questo tipo di attività si è ristretta sempre più e oggi siamo nel mirino delle forze dell'ordine. Certo l'adeguamento alle nuove norme sarà costoso e difficile, ma chi non ha nulla da temere si adeguerà alla legge». Poche centinaia di metri dopo, cambiando marciapiede, si entra nel Seven phone center. Alì è di tutt'altro umore: «Noi seguiamo la legge. Abbiamo introdotto l'orario di apertura e di chiusura, il riposo settimanale e il registro degli ingressi. Adesso però mi sembra troppo: lavorare diventa sempre più difficile».