I piani per l’attacco sono pronti ma Bush e Kouchner frenano

Shimon Peres non è soltanto il presidente della Repubblica dello Stato di Israele, compito nel quale all’età di quasi 85 anni può irraggiare la sua cultura, il suo carico di storia di pupillo di Ben Gurion e padre di Israele, tre volte primo ministro, innumerevoli volte ministro di ogni cosa, inventore della bomba atomica israeliana come di ogni processo di pace...
Peres dal suo nuovo scranno, e dunque anche ieri incontrando noi giornalisti stranieri nella sua casa di Gerusalemme, un basso edificio costruito nel 1971 fatto di fiori e vetro, in realtà fa politica con alacrità, persegue la sua agenda deciso a lasciare ai posteri il famoso Nuovo Medio Oriente, la sua pace che fino ad oggi ha fallito.
Così, ieri, all’incontro con i giornalisti stranieri, ce l’ha promessa di nuovo, e in condizioni non fra le più agevoli: con voce bassa che incanta sempre l’interlocutore, specialmente straniero, ha spiegato che «è finita la tensione con la Siria» e che ora si può sperare nella pace. Questo, proprio mentre tutto il mondo parla dell’operazione aerea del 6 settembre denunciata dalla Siria e confermata dagli Stati Uniti, che avrebbe distrutto una struttura nucleare costruita dalla Corea del Nord.
L’operazione, su cui vige il silenzio israeliano ma che è stata rilevata da fonti americane, segnala una potente guerra in corso fra Israele e il Paese di Bashar Assad inteso come perno dell’aggressivo schieramento terrorista pilotato dall’Iran, ospite di Hamas e degli Hezbollah.
Peres dà seguito alla dichiarazione di lunedì del primo ministro Ehud Olmert, che a sua volta ha dichiarato, proprio ora, di «rispettare» Assad e di puntare a nuovi negoziati senza condizioni.
Le strane prese di posizioni, esplicitamente o implicitamente collegate, hanno un carattere politico: cercano di evitare qualsiasi tema incendiario che possa distruggere la prospettiva, già in pericolo, del summit di Washington, in cui si dovrebbe parlare della pace con i palestinesi e della costruzione di uno schieramento arabo moderato che sta molto a cuore sia agli Stati Uniti che a Israele. Per questo oggi il segretario di Stato americano Condoleezza Rice è in arrivo in zona.
Ma già i sauditi e anche Abu Mazen denunciano le difficoltà in corso. Quindi Israele non vuole creare invece il minimo ostacolo: cerca anche di dar prova di indipendenza dagli Stati Uniti, che non vogliono i siriani fra i loro interlocutori. In una parola, lo Stato ebraico vuole rimanere freddo mentre lo scenario sembra surriscaldarsi da solo e si torna a parlare di un possibile attacco americano all’Iran, non vuole portare responsabilità e cerca semmai facilitare una strada di ritorno della Siria dall’Asse del Male, impresa disperata.
Peres ha anche spiegato al Giornale perché durante la sua recente visita nel nostro Paese ha detto che i rapporti fra Italia e Israele non sono mai stati così buoni, anche se nel governo c’è chi invita a parlare con Hamas e va a braccetto con gli Hezbollah. Il presidente spiega che l’Italia è stata molto coraggiosa nel promuovere con grande decisione la missione Unifil. Ma su Hamas ha introdotto un significativo distinguo, sostenendo che Prodi non gli ha mostrato nessuna intenzione di parlarci a meno che non ottemperi alle richieste del Quartetto. E ha ammesso di avere «sentito due voci». Probabilmente la seconda è quella di Massimo D’Alema.
Il presidente israeliano ha anche detto che l’Italia ha fatto bene a tirarsi indietro da un’operazione di aiuto all’economia iraniana, e che è stata molto utile nello spingere la politica di Gheddafi a cambiare, rendendo sperabile che «aiuti a cambiare anche quella di qualcun altro». Parole ottimistiche. «Ottimista» è un aggettivo che Peres ama molto, di cui si è fregiato anche ieri riproponendo grandi imprese economiche, sociali, civili, joint venture col mondo arabo, praterie di pace.
«Questa diventerà una Casa Verde, quella Bianca esiste di già», ha detto intendendo che vuole mettere in atto una rivoluzione ecologica in cui l’uso dell’energia solare sia il centro. «Il sole è più affidabile dell’Arabia Saudita», ha aggiunto promettendo la produzione israeliana della prima auto a energia solare.