I piccioni di Povia volano a Sanremo

da Sanremo

Vincono i piccioni di Povia, insomma vola basso, questo Sanremo. Ai Nomadi, favoriti dai pronostici, tocca accontentarsi del trofeo per il miglior gruppo, ad Anna Tatangelo va il primo premio per le donne e a Riccardo Maffoni la vittoria tra i giovani. Ed è così, con un verdetto inatteso e sgangherato, che Sanremo 2006 si congeda, affidando all’umile archivio della cronaca, difficilmente a quello della storia, un festival minore in tutto. Anche nelle polemiche di basso profilo che ne hanno accompagnato il troppo lungo decorso, e alle quali si è unita ieri, nientemeno, Mina, in un perforante corsivo pubblicato dalla Stampa. Parlando di «clima interrogativo-depresso», del fatto che «Sanremo non è più il festival della canzone italiana», di oscillamenti «tra conservazione e innovazione, senza coraggio e con un po’ di supponenza». Panariello, piccato, risponde che se lei a Sanremo ci venisse, il festival sarebbe tutt’altra cosa. Ha ragione, ma forse non ricorda gli sgarbi che Sanremo, ai tempi d’oro, riservò alla nostra cantante più grande. E intanto c’è chi la butta in politica, attribuendo a Dove si va, la bella canzone dei Nomadi contro la guerra, di tentare un’implicita rivalsa della sinistra in un festival dominato dalla destra - Del Noce, Mazzi -: quasi una risposta alla singolare alzata d’ingegno del giornale di An, che l’altr’anno sostenne come un festival tradizionalmente di sinistra, ma quando mai?, si fosse finalmente trasferito sul fronte ideologico opposto.
Vabbè, ognuno si diverte come può. Qui preme rilevare, piuttosto, la nobilissima versione di Vecchio frac, del grande Modugno, offerta in apertura di serata da un ispirato Giancarlo Giannini. E l’omaggio che, al padre di tutti i cantautori, hanno offerto i neo-commendatori Laura Pausini ed Eros Ramazzotti, in una volonterosa rilettura a due voci di Volare, che proprio qui a Sanremo, era il 1958, spalancò le ali per conquistare il mondo. Povero Mimmo, cosa direbbe se sentisse le canzoni che quest’anno, e da anni, affliggono questo festival al cui prestigio lui tanto diede, e dal quale tanto si ebbe.
Ma pazienza. La cronaca spicciola induce a parlare non solo di Ramazzotti e della Pausini, estemporanea interprete di Aznavour, ma anche del magnetismo di Anastacia, parentesi extralusso, a fianco di Eros, d’una kermesse modesta anche nella scelta degli ospiti stranieri. E di un altro duetto: quello tra Andrea Bocelli, tenore saltuariamente prestato alla canzonetta, e Christina Aguilera, che ha una voce - «la voce di un angelo», chiosa galante Bocelli - cui raramente il suo repertorio rende piena giustizia. Una ventata d’internazionalità, insomma, che per qualche breve momento sembra spirare sulla kermesse, senza elidere, semmai facendo risaltare per contrasto il provincialismo d’un festival che internazionale lo fu, ma in anni così lontani che siamo in pochi a serbarne il ricordo.
E infatti l’ultima fase della gara, estromesse dalle giurie le canzoni migliori, ha confermato questa sensazione di respiro corto, di dispnea cronica, diciamola tutta, di sagra rionale che ci accompagna da lunedì scorso. Apre la sfilata il bravo Povia, gentile e gradevole, segue Zarrillo con il suo asfittico madrigalino, i Nomadi, incassato anche il premio della stampa e radio-tv - il premio Mia Martini è andato a Fava & Noa, il premio Siae ai Negramaro, a Cristicchi il Raisat Ragazzi - confermano la loro collaudatissima classe. Ed ecco ancora Dolcenera, un talento che potrebbe sortire un avvenire maiuscolo, solo che abbia tenacia, umiltà e voglia di lavorare. Ed ecco la Tatangelo, procace e irrilevante, Riccardo Maffoni, miracolato dai giurati, gli Zero Assoluto con la loro accattivante freschezza, Simone Cristicchi con un brano che non conferma, se non in parte, le simpatiche premesse di Vorrei cantare come Biagio Antonacci, indeciso com’è tra la lepidezza congeniale al personaggio e l’ambizione di contenuti più solidi.
Sanremo 2006 defluisce così, con le sue velleità spropositate, e non sarà difficile dimenticarlo come s’addice alle occasioni mancate. Accomiatiamoci da Panariello, stritolato da un meccanismo troppo crudele e complesso, da Ilary Blasi, da Victoria Cabello, dal maestro Renato Serio con la sua bella testa ciaikovskiana, dalle scenografie di Dante Ferretti, certamente pregevoli, per niente a misura di tivù.
Cesare G. Romana