I «piccoli gioielli» di Marco Lodoli

Molti nostri scrittori narrano Roma, ambientano i loro racconti nella capitale, lasciano sfuggire ai loro personaggi frasi gergali in un romanesco posticcio da parodia pasoliniana, Marco Lodoli, invece, che il gergo lo usa poco o per niente, è Roma. Una certa Roma, va da sé: non è possibile, infatti, essere una cosa tanto complessa e contraddittoria se non in una sua singola porzione. Marco Lodoli con i suoi racconti per alcuni versi incarna perfettamente la città borghese. Anche quando dà vita a bulli di periferia, ti accorgi che lo sguardo che li ha colti è stato messo a fuoco in altri quartieri. Non negli alto-borghesi Parioli (mica è Piperno e neanche Montefoschi), ma in una terra di mezzo: Vigna Clara, Prati, Monteverde vecchio, al limite Balduina. I romani capiranno, non è micro-sociologia, è un fatto ontologico. E proprio Lodoli lo spiega: il quartiere, dice un suo personaggio, è il «mondo che possiamo permetterci». Anche in Bolle, l’ultimo libro di Lodoli edito da Einaudi, questa caratteristica mi pare un punto di forza, almeno laddove i racconti che lo compongono sono forti, appunto, e struggenti, risolti sul piano della letteratura e mai su quello morale. Perché Lodoli è Roma e Roma guarda in profondità, ti denuda ma non giudica. In Bolle, come del resto in quasi tutti i libri di Lodoli, la romanità è la lente che permette di leggere l’umanità e i suoi sentimenti in una profondità abissale. L’impercettibile abisso interiore invoca l’abisso monumentale della città eterna. Dall’incontro di tali profondità nasce la vertigine che Lodoli sommessamente indica al lettore. Roma per Lodoli è innanzi tutto uno spazio dell’anima. Non è un caso che nel corso dei suoi racconti spesso senta il bisogno di fornire un riferimento toponomastico non tanto necessario alla narrazione quanto, a ben vedere, al piano della sua logica personale. In tanti anni che leggo i libri di Lodoli, alternando momenti di convinta adesione e ripensamenti, non sono davvero riuscito capire se è un grande scrittore, sono invece certo, e quest’ultima raccolta mi ha ulteriormente convinto, che egli sia «molto scrittore». Lodoli ha il dono della metafora perfetta, ecco il suo stile, che è poetica, delle volte, e sempre genuina, inedita e mai banale. Così anche quando la storia che sta raccontando inizia a non convincere, e i personaggi che la animano sembrano tanto improbabili quanto noiosi, all’improvviso ti stupisce, ti lascia senza fiato. Lodoli racconta, come pochi, un universo di occasioni perse e buone intenzioni andate a male. Canta un’umanità che abita i «quasi» come certezze e che sviluppa una forza esistenziale costituita da una fragilità tanto paradossale da sembrare robusta. Alcuni di questi racconti sono piccoli gioielli. Preziosità di cui Roma, complice prima che protagonista, dovrebbe andar fiera.