I piccoli imprenditori: «Ora lottiamo davvero per il made in Italy»

È un ruggito che sale dal basso e diventa sempre più forte. Il ruggito dei piccoli e medi imprenditori, che stanno scivolando verso il baratro e dicono basta. Ieri si è svolta a Milano l’assemblea dell’Associazione di Confindustria TessiliVari. Appena tre anni fa, sarebbe andata quasi deserta. Ieri era affollatissima, con imprenditori provenienti da ogni parte d’Italia, non solo dal Nord e dalla Toscana, ma persino dalla Puglia. E se non fosse stato per i vincoli statutari, sarebbero stati presenti diversi imprenditori di altri settori, come la meccanica o il calzaturiero, che condividono la battaglia in difesa dell’industria italiana, minacciata dalla globalizzazione e da una crisi che rischia di dimezzare il nostro patrimonio industriale.
È uno spirito diverso quello che si respira tra i piccoli e medi imprenditori, di solito individualisti, ma che improvvisamente sentono il bisogno di unirsi e di far sentire la propria voce, con intenzioni costruttive. Il loro eroe è Roberto Belloli, l’imprenditore varesino, che, dopo aver lanciato lo scorso luglio il movimento dei «contadini del tessile», ha promosso con l’onorevole leghista Marco Reguzzoni la legge in difesa del made in Italy; quello vero, non prodotto in Cina o in Vietnam e poi etichettato con un marchio italiano.
Non una sola voce si è alzata a contestare la tesi di Belloli e nemmeno l’impegno del presidente di TessiliVari, Pino Polli. Il messaggio emerso dai lavori è chiaro e forte: il popolo dei piccoli vuole essere ascoltato da Confindustria.
Proprio il Giornale è stato il casuale coprotagonista dell’assemblea, per due articoli usciti recentemente su queste colonne, dedicati alla battaglia di Belloli e in cui Polli esprimeva la delusione per certe scelte di Confindustria. Quegli articoli hanno suscitato un certo disappunto in viale Astronomia, esternato in due lettere ufficiali inviate a TessiliVari. Ma l’Assemblea ha confermato di non voler mollare. I piccoli imprenditori non invocano una rivolta, non cercano la provocazione e tantomeno poltrone al vertice. Chiedono semplicemente giustizia e una difesa autentica dei propri interessi che finora, a giudizio unanime, è mancata.
La preoccupazione è forte in un’industria che segna meno 14,5% di fatturato e meno 24% di esportazioni. In altri settori va anche peggio, con volumi d’affari in calo addirittura del 40%. Così la voglia di reagire è diventata trasversale. «Non siamo più solo un movimento del tessile, ma multidisciplinare», ha spiegato Belloli, invitato ai lavori, rivelando di essere stato contattato addirittura da piccoli industriali svizzeri e francesi, a dimostrazione che il mal di globalizzazione colpisce anche oltre i nostri confini.
«Per quale ragione il consumatore deve pagare un capo 300 euro, pensando che sia fatto in Italia, mentre è fabbricato in Cina ed è costato appena venti euro?», si sono chiesti in tanti ieri a Milano. Belloli chiede che solo chi produce davvero in Italia possa sfoggiare il marchio made in Italy e ha citato alcuni esempi che dimostrano la difficoltà di un dialogo con l’Associazione di categoria. «Come mai Confindustria ci ha detto che il progetto di legge sul made in Italy era in contrasto con la normativa Ue, mentre il ministro per le politiche europee Andrea Ronchi ci ha assicurato che è compatibile?», si è chiesto, senza nascondere il suo disappunto. Determinato e combattivo, soprattutto ora. La settimana prossima la Camera voterà il progetto, che è osteggiato dalla lobby dei grandi gruppi; il rischio di emendamenti che ne snaturino le finalità è tutt’altro che remoto. Comunque vada, sta nascendo una nuova consapevolezza. «La legge è importante, ma occorre muoversi anche in altre direzioni», ha ricordato Polli, auspicando sintonia con l’Associazione di categoria. Ma senza piaggerie. I problemi sono tanti: dai rapporti con i sindacati, che raramente agevolano le aziende in difficoltà, a una burocrazia assurda e penalizzante, fino alla questione delle fabbriche cinesi in Italia, «che continuano a non pagare i contributi sociali, né le tasse, non rispettano le norme di sicurezza, schiavizzano gli operai. Perché le autorità tollerano tutto questo?», ha chiesto lo stesso Polli.
La sua vicepresidente, Simona Pesaro, ha rilevato, con amarezza, lo snaturamento di Confindustria, che «pur di fare numero permette l’iscrizione di società di servizi, Aziende municipalizzate, Ferrovie dello Stato, addirittura università e cliniche mediche». Ovvero di realtà che non sono certo manifatturiere.
Osservazioni di buon senso, voci di un’Italia che vale, ma che non sempre trova ascolto.