I Pink Floyd tornano in incognito E ci vuole poco per riconoscerli

Segreti discografici. David Gilmour alla guida degli Orb pubblica un cd che rinnova il mito della storica band

Però si può riassumere con uno slogan: ecco come sarebbe la musica dei Pink Floyd oggi, a quasi quarant’anni da Meddle. Occhio, la musica, e non i testi, perché Metallic Spheres dei The Orb è un album strumentale, elegantissimo ma pressoché niente voci, soltanto - si fa per dire - due complesse e raffinate suite divise ciascuna in cinque movimenti. E poi soprattutto c’è lui, il signor Pink Floyd, già sua maestà David Gilmour, che quatto quatto ha composto e registrato tutti i cinquanta minuti scarsi insieme con Alex Paterson, ossia la mente squassata e un tantino lisergica degli Orb. Gran disco, qualcosa che vagamente si può definire musica pura o modern ambient, e non sono ammesse repliche perché pure il sito metacritic.com, praticamente il termometro che per ciascun album misura il gradimento di critica e pubblico, gli garantisce la media del sette più (per dire, l’ultimo Kings of Leon vale sei e mezzo, Phil Collins poco più di cinque). Infine, il colpo di scena: tutte le canzoni di Metallic Spheres sono state licenziate sotto il marchio «Pink Floyd music publishers», cosa che equivale a un imprimatur senza se e senza ma. Per farla breve e usare un calembour, quello dei The Orb è sostanzialmente il nuovo disco dei vecchi Pink Floyd e basta ascoltare come Gilmour usa la sua lap steel guitar, inconfondibile e meravigliosa, per essere d’accordo: in Hymn to the sun (scritta tra l’altro con Graham Nash) ha un fraseggio allusivo, una pennata evocativa che soltanto uno come lui, antipatico ed ispirato, riesce ad avere.
Però c’è un però. Metallic Spheres è stato pubblicato nell’assordante silenzio di tanta stampa (soprattutto qui in Italia) e con un mediocre successo nella loro Gran Bretagna, che lo ha premiato con un volatile dodicesimo posto in classifica. D’altronde ormai funziona così: gli album sono sempre più spesso usa e getta, impacchettati freneticamente uno dietro l’altro per soddisfare la presunta bulimia di un mercato in realtà anoressico. E grandi sorprese come questa, per lo più godibile da un pubblico più vasto di quel che si crede, rimangono imprigionate nella penombra della nicchia.
Certo, forse un po’ dipende anche dai The Orb, vaghi e dispersivi, un gruppo che in realtà è a geometria variabile e assai poco dotato di quel patentino che oggi vale una laurea: la telegenia. La mente è Alex Paterson, un cinquantenne londinese grande e grosso, pelato ed ex innamorato di T Rex, Alice Cooper e Kraftwerk, intorno al quale hanno ruotato, in un putiferio di sampler e remix, un bel po’ di strambi geniacci tra i quali il più resistente (c’è tuttora) è Martin Glover detto Youth, bassista dei post punk Killing Joke e pure dei Fireman, la side band che soddisfa la voglia di elettronica di Paul McCartney. Insomma Paterson è un miscredente della musica, votato per dna a destrutturarla e raffinarla, gonfiandola di tecnologia e dilatandola con quell’effettistica che solo la sovrapposizione di più mix riesce a garantire. Dal vivo, poi: un trionfo di immagini surreali, allusioni extraterrestri e nuvole colorate, delfini, astronauti. Però è un cavallo pazzo, ma pazzo assai. Prima da dj negli anni Ottanta, e poi con gli Orb (massimo successo il singolo Blue Room del 1992), è diventato famoso come quello che «faceva musica per chi doveva smaltire droghe» (letteralmente «music to come down from drugs»). E per non farsi mancare nulla, nel 2003 ha pure affrontato un’intervista con il Guardian fumandosi un provocatorio e rutilante spinello. Maniaci delle catalogazioni, i giornalisti inglesi si sono esaltati e lo hanno allora definito «un nostalgico degli hippy» solo per farsi rispondere che «io da giovane ero uno di quei punk che odiavano gli hippy». Oddio, l’unica definizione che gli vada bene è forse l’unica corretta: è il leader dei «Pink Floyd degli anni Novanta» se non altro perché ha pure ammesso che Meddle - che caso - lo influenza sin da quand’era ragazzino. Perciò l’anno scorso ha chiesto a David Gilmour di partecipare al remix della Chicago di Graham Nash, così tanto per realizzare un singolo di beneficenza. Ma poi chi li ha fermati più. E Gilmour si è sentito a casa, ha portato tutte le sue chitarre in studio per fare ciò che, potendo, magari farebbe con gli altri litigiosi Pink Floyd, un disco che torna indietro di quarant’anni per ritrovarsi invece proprio là, nel futuro anteriore.