I Pirenei laureano Basso, italiano d’altri tempi

«Correre ancora Giro e Tour nello stesso anno? Bisognerà pensarci bene»

(...) di sposare una velina (adora già una moglie, che da parte sua fa di tutto per nascondersi, e una bambina, che gli riempie la vita di pensieri leggeri), né tanto meno è individuo da ozi e mollezze all’happy hour. No, per dare un senso ai suoi sogni ha scelto la strada più difficile: la fatica. Soprattutto là, dove la fatica è estrema e persino crudele, lungo gli itinerari del Tour de France.
La prima volta cadde e si ritirò. La seconda arrivò a Parigi e si piazzò undicesimo. La terza centrò il settimo posto. L’anno scorso, secondo sino a un giorno dalla fine, per pochi metri persi a cronometro si accomodò sul terzo livello del podio. Ora, finalmente, l’aggancio è compiuto: salvo gastriti e Tir contromano (ma lui ha già dato al Giro, stravinto sui pedali e straperso per un malanno bastardo: non può capitare sempre allo stesso), si è riservato la seconda suite imperiale sul podio dei Campi Elisi, proprio accanto ad Armstrong, nel giorno del suo memorabile record di sette vittorie consecutive e del suo commovente commiato dalle corse. Non è ancora un trionfo, ma basta e avanza per dire a Basso qualcosa di carino e di doveroso: bravo, ragazzo italiano, hai ottenuto quello che cercavi, per te e per il tuo Paese. Il mondo, adesso che comincia a immaginare un mondo senza Armstrong, già ci guarda con un occhio diverso. Dev’essere questo che intende Ciampi, quando incita ciascuno di noi ad essere italiani un po’ migliori...
L’importante, adesso, è che il suo Paese capisca, pesi e apprezzi in modo adeguato il senso dell’impresa. Basso non è Valentino Rossi, su questo non ci piove. Ma Basso è arrivato là dove mai nessuno, nel ciclismo moderno, era riuscito: col sudore, con la fatica, con il lavoro, dopo cinque anni di apprendistato ha finalmente costretto l’inarrivabile Armstrong, una macchina da guerra, una specie di elettrodomestico tritatutto, a sferragliare boccheggiando.
L’ha attaccato sabato, nel primo tappone pirenaico. E coraggiosamente, come aveva promesso, lo riattacca nella seconda frazione di queste montagne ostiche e dolorose, nella tappa più dura di tutte. Lo attacca sulla penultima salita, sminuzzando un’altra volta il gruppo dei migliori e restando solo con lui e con il solito Ullrich. Poi lo riattacca sull’ultima, mentre i fugaioli di giornata regolano i loro conti a tutto vantaggio di Hincapie (vince proprio lui, gregario di Armstrong: poverini, in squadra hanno bisogno di morale...). L’ultimo scossone di Basso, dopo due giorni nel bollitore d’altura, produce danni ingenti: persino il Mazzinghi del ciclismo, questo Ullrich che incassa continue bancate in faccia senza crollare mai, stavolta malinconicamente va giù (paga 1’24”, praticamente lingotti d’oro sul conto di Ivan in vista dell’ultima cronometro di 55 km). Paga pesante anche il misterioso danese Rasmussen, che finalmente cede il secondo posto a chi compete di diritto: ovvio, Basso.
Lo spettacolo, alla fine, è sublime e simbolico: Armstrong e Basso, Basso e Armstrong che arrivano in vetta appaiati, come in un allegorico affresco su quel che è stato, quel che è e quel che sarà. Certo, neppure stavolta l’Amerikano è battuto. Però è stremato. Però è il primo a dire, sul traguardo, la frase giusta: «Ivan è il più forte, è l’unico che ci ha provato davvero».
Quanto a lui, all’elegante italiano d’esportazione, può legittimamente chiedere la definitiva promozione: «Più di così, non posso fare. Se non si è staccato, vuol dire che Armstrong merita di vincere il suo settimo Tour. Però, per favore, non dite che abbiamo tutti corso rassegnati sulla sua ruota: io ci ho provato». Di più, bisogna dire. Doverosamente va ripetuto quanto già detto al termine della prima tappa pirenaica: dopo Armstrong, Basso. L’italiano d’altri tempi, ormai, è pronto per il suo tempo.