I piromani sono quattro: pronti gli identikit

Alessia Marani

Uno studio al computer per risalire all’itinerario seguito dall’incendiario, un software utilizzato dai tecnici della polizia e dei carabinieri per stringere il cerchio attorno al piromane, poi decine di fotogrammi di telecamere a circuito chiuso da setacciare: la caccia continua e ora al vaglio degli inquirenti sono anche gli identikit - sebbene parziali - forniti la notte scorsa da alcuni residenti di piazza Vescovio e Prenestina che avrebbero visto allontanarsi dai luoghi dei «falò» una banda di quattro giovani, in particolare un biondino sul metro e settantacinque, viso lungo, lineamenti delicati, corporatura longilinea, magliettina, jeans e zainetto in spalla. Uno di loro sarebbe fuggito a bordo di uno Scarabeo rosso bordeaux. Altri due su un motorino di colore grigio metallizzato.
Ma a Roma, ci tengono a precisare gli inquirenti «non esiste alcun “commando” di piromani che si è organizzato per incendiare e seminare terrore nella capitale». Ne sono convinti, senza lasciare spazio a dubbi, gli investigatori che ormai da settimane lavorano senza sosta per individuare gli autori della sequela impressionante di atti incendiari che si è scatenata da una parte all’altra della città dalla fine di giugno a oggi. Complessivamente sfiorano quota trecento le automobili e gli scooter finiti in cenere a causa della «follia incendiaria». Ma quello che vogliono soprattutto fare intendere i «segugi» di Arma e polizia è che a Roma non esiste appunto un gruppo organizzato di piromani, anche perchè questi soggetti agirebbero «in solitudine». Anzi molti dei gesti sarebbero solamente frutto di «comportamenti emulativi», veri e propri atti vandalici, insomma, bravate commesse in particolare modo da giovani annoiati dall’estate in città e che «avrebbero poca dimestichezza, o addirittura assolutamente nulla a che fare con ciò che comporta essere un piromane “da manuale”».
Due, intanto, le categorie in cui vengono divisi i roghi: quelli riconducibili ad atti vandalici e quelli denominati più esattamente «itinerari incendiari». A questi ultimi si rifarebbero non più di tre o quattro incendi. Quelli circoscrivibili nell’area Appio San Giovanni - Tiburtino - Prenestino. E in questa direzione, naturalmente, si stanno concentrando gli sforzi maggiori dell’intelligence romana. Innanzitutto facendo convogliare i dati relativi a ciascun episodio in un sistema di elaborazione di un software il «Rigel» da cui tentare di individuare percorsi possibili e basi «logistiche» (di partenza) dell’azione dei piromani. Non solo. Gli inquirenti sono alla ricerca anche di qualsiasi indizio utile, al di là delle prove raccolte (tracce di materiali abbandonati sul posto, mozziconi di sigaretta da cui prelevare il Dna per un eventuale successivo riconoscimento), come le sequenze immortalate da telecamere a circuito chiuso degli impianti di sicurezza di uffici, banche, garage e negozi posizionati nelle immediate vicinanze delle vetture andate a fuoco. «Ogni elemento - dicono gli esperti - è prezioso in questa frenetica caccia all’uomo». Ma i roghi continuano. E Roma è più che mai una città assediata dagli emuli sulle orme di Nerone. L’altra notte le fiamme hanno avvolto uno scooterone all’altezza del civico 141 di via Stefano Borgia, a Primavalle. Il rogo è esploso poco prima delle due e si è velocemente propagato a una Smart e una Hyunday Athos parcheggiate nelle vicinanze e rimaste seriamente danneggiate. Grosso spavento per gli inquilini di un appartamento al piano terra dello stabile di fronte dove la persiana di una finestra è andata a fuoco. E la tensione è altissima. «Se le fiamme - dicono i vigili del fuoco - dovessero fare saltare un impianto Gpl, come stava per accadere a Tor Pignattara, si rischierebbe la strage. Ormai è una questione di sicurezza pubblica».