I pizzini di guerra raccontano storie di drammi dimenticati

La parola pizzini, pizzinu, pizzina, è tipica della lingua della Sicilia. È un semplice foglietto di carta ove vengono scritte certe frasi. In tempi recenti tale parola ha assunto significato negativo, perché è stato, in più occasioni, il mezzo di comunicazione di latitanti. Il latitante scrive nel pizzinu ordini, modi di operare, comanda di portare a compimento certi crimini. Il biglietto veniva consegnato a persone fidate, e di mano in mano finiva per raggiungere il reale destinatario per l’azione del caso.
Negli anni 1930-40-50 la parola pizzinu aveva altro significato e finalità. Dati i tempi di difficoltà economiche di tante famiglie, si raggiungeva intesa tra famiglie e bottegai, lattai, ecc. nel senso che in apposito foglio di carta (u pizzinu) veniva annotata - giorno per giorno - la spesa effettuata e poi a fine mese, si faceva la somma e quindi si provvedeva al pagamento.
Mi è accaduto, per come è, ed è stato per tanti giovani, di avviare varie raccolte: figurine di calciatori, di attori, di politici, ecc. Poi ai tempi della maturità sono passato a monete, francobolli, libri antichi, e prime copie di film muti (cioè prima della invenzione della colonna sonora).
Da alcuni anni mi interesso di «oggetti militari», quali tute, maschere antigas, gradi..., uniformi, canzoni del tempo di guerra ed altro di simile. Trovandomi a Pontremoli per il consueto mercato settimanale, sono stato attratto da una bancarella che esponeva (anche) una piccola scatola di latta con una scritta: «Pizzini di guerra».
Ho chiesto notizie al venditore e ho acquistato tale scatola. Dentro vi ho trovato 20 piccoli fogli scritti con la matita e con messaggi diversi fra loro, ma con uguale finalità. Otto foglietti li ho poi distrutti perché illeggibili, a causa (certamente) della pioggia e del lungo tempo trascorso dalla loro compilazione. Ne trascrivo alcuni, omettendo i nomi proprio perché ritengo mio dovere non scendere nei particolari:
«Cara... bada ai bambini, chiedi aiuto a Mons... Tornerò presto. Prega per me, (firma)...» (Segue indirizzo per il recapito).
Altro biglietto, scritto a margine di un giornale del tempo, «Non temere per me, come sai non sono cittadino italiano, ma svizzero, e lo dimostrerò ai nazisti. Chiedi aiuto a... abbraccia i figli. (Firma)....» (Segue indirizzo per il recapito).
«...Fratello mio, sono stato tradito da... e da sua moglie..., per denaro. I nazisti pagano chi fornisce i nostri nomi, prega per me. Chiedi aiuto al Generale... che altre volte ci è venuto in soccorso. Prega... (firma e indirizzo per il recapito).
Seguono altri foglietti con contenuto di ugual senso. Sono in possesso di tali pizzini da diversi mesi, e non sono ancora in grado di decidere se darne conoscenza, oppure bruciarli, al fine di non riaprire ferite che ritengo siano già lenite dal tempo. Mi sono posto la domanda: in che modo tali pizzini sono pervenuti alla bancarella? Quando a Pontremoli ho acquistato la scatola di latta, il venditore me l’ha consegnata entro una normale busta di plastica, ove (per mia fortuna) era indicato il nome e il numero di cellulare del venditore stesso.
Nell’arco di un paio di giorni riesco a rintracciarlo, e dopo aver ricordato l’acquisto fatto, gli ho chiesto diversi dati. Mi ha risposto che un determinato giorno sarebbe stato al mercato di Borgotaro e li mi avrebbe fornito notizie precise.
Nel giorno convenuto vado a Borgotaro e rintraccio, fra altre bancarelle, quella che mi interessava. Il cortese venditore mi ha dato notizie che ora riassumo.
Nel 1960 suo padre era titolare del banco di vendita. Vendeva attrezzi agricoli e simili, in sostanza prodotti per l’agricoltura. Poi con il passare del tempo si era interessato anche di vendere altri prodotti, e cioè elmetti, tute mimetiche, divise, maschere antigas, che riusciva a piazzare con facilità. Poi con il tempo la licenza era soltanto per «oggetti militari».si trovava a Termini Imerese per un’importante mostra-mercato di oggetti bellici (organizzata da un ente locale) si era avvicinato al banco un signore anziano, che voleva vendere venti pizzini di guerra, per un costo di poche lire. Il padre non comprendeva il senso di quei biglietti, ma li acquistò ugualmente. Domandò però all’anziano come aveva avuto tali pizzini e da chi. Ascoltò così una storia complicata che spero ora di esporre in modo semplice. Nel 1946 l’uomo cercava lavoro e si era rivolto ad un deputato di Messina, che dopo alcune settimane era riuscito a metterlo in contatto con un’azienda del Nord, che aveva vinto una gara per lavori di sistemazione tratti di strada ferrata, nell’area fra Roma ed Orvieto. Durante la sua presenza sul lavoro, aveva trovato alcuni bigliettini entro stretti viadotti (sotto la strada ferrata) e un pizzinu entro la fessura di un albero rinsecchito. Anche altri suoi compagni di lavoro avevano fatto la stessa scoperta e gli avevano donato quanto trovato.
Mi reco dunque a Santa Maria del Taro, dove nasce il fiume. È questo un luogo delizioso e ricco di verdi alberi secolari. L’atmosfera è mite e suggestiva. L’aria è quieta e il cielo è sereno. È questo il sito giusto. Voglio distruggere i pizzini, che ancora conservo. Non ritengo di dover fare ricordare eventi assai tristi e dolorosi, e di farli rivivere ad altri.
A piedi raggiungo la sorgente del fiume. Vedo a poche centinaia di metri il piccolo paese e il campanile della chiesa. Strappo il primo bigliettino, poi il secondo e così via. In quel mentre la Campana suona dodici dolcissimi rintocchi, e il suono arriva, mentre depongo sull’acqua i pizzini, strappati uno ad uno. Il suono della Campana si diffonde nella valle, e un leggero vento mi accarezza il volto. La purissima acqua del Taro accoglie dodici purissime Anime, che perverranno così al Grande Fiume, che le condurrà nei Pascoli del Cielo.