I pm anti Cav ora preparano un nuovo agguato

Per incastrare Berlusconi, la Procura di Napoli adesso rispolvera un’indagine in cui sarebbe vittima di un ricatto. La filigrana di quest’indagine è però di tutt’altra specie rispetto a quella che vede coinvolti
Gianpaolo Tarantini e Valter Lavitola: tutto ruota attorno alla presunta compravendita di parlamentari

di Gian Marco Chiocchi e Simone Di Meo

E due. Un altro tsunami giudiziario sta per abbattersi sulla parte lesa Silvio Berlusconi. E, anche stavolta, l’onda arriva dal golfo di Napoli, dove la Procura ha quasi chiuso la seconda inchiesta che vede Silvio Berlusconi vittima di una presunta estorsione ai suoi danni e, come tale, obbligato a presentarsi davanti ai magistrati e a rispondere alle loro domande.

La filigrana di quest’indagine (condotta dal pm Antimafia Alessandro Milita) è però di tutt’altra specie rispetto a quella che vede coinvolti Gianpaolo Tarantini e Valter Lavitola. Non ci sono prestiti in denaro, in questa storia. E non ci sono nemmeno famiglie sul lastrico e accorate richieste d’aiuto, né telefonate oltreconfine su schede dedicate battenti bandiera panamense. Tutto ruota, invece, attorno alla presunta compravendita di parlamentari da parte del Pdl all’epoca del governo Prodi, sulla quale la stessa Procura di Napoli nel 2008 aveva aperto un fascicolo per istigazione alla corruzione a carico del premier, poi passato per competenza territoriale ai pm di Roma che ne avevano chiesto l’archiviazione.

A distanza di tre anni, dunque, la Procura di Napoli ci riprova, ma invertendo il ruolo dei protagonisti. Rispolvera sì la tesi della «tratta» dei senatori – nonostante questa sia già stata bocciata per mancanza di prove dai colleghi della Capitale – ma ipotizza al tempo stesso che Silvio Berlusconi sia rimasto vittima del suo stesso piano e degli uomini che lo avrebbero aiutato a realizzarlo: ovvero, il coordinatore regionale del Pdl, Nicola Cosentino, e un misconosciuto sindaco del Salernitano, Ernesto Sica. Entrambi, ipotizzano i magistrati contestando loro i reati di concorso in estorsione e minacce a corpo dello Stato, sarebbero stati a conoscenza delle «trattative» con esponenti del centrosinistra e vi avrebbero attivamente partecipato al fine di far cadere l’esecutivo del Professore in occasione del voto della Finanziaria 2007. Un segreto esplosivo che nell’ipotesi dell’accusa avrebbe consentito ai due di esercitare nei confronti di Berlusconi un eccezionale potere ricattatorio in vista della scelta del candidato alla presidenza della Regione Campania.

Peccato, però, per la ricostruzione accusatoria, che la nomination a governatore, alla fine, la riceva Stefano Caldoro, che stravince le elezioni contro Enzo De Luca e nomina proprio Sica assessore all’Avvocatura regionale (delega non certo tra le più ambite) salvo poi costringerlo alle dimissioni quando esplode lo scandalo sulla diffamazione a luci rosse nei suoi confronti, in cui il coordinatore regionale del Pdl e il sindaco di Pontecagnano risultano peraltro coinvolti.

Dunque, la situazione sembra questa: ci sarebbe un premier sotto ricatto di due uomini del suo stesso partito che lo tengono in pugno. E nonostante abbiano polvere da sparo sufficiente per distruggerlo, non riescono a ottenere l’agognata candidatura a Palazzo Santa Lucia. Anzi, il primo (Cosentino) è costretto pure a lasciare la carica di sottosegretario all’Economia dopo la richiesta d’arresto per camorra, e il secondo (Sica) non solo non viene candidato alle politiche, ma deve accontentarsi per pochi mesi di un assessorato di serie B, dopo aver lasciato la Margherita come consigliere regionale più votato d’Italia (30mila preferenze in Campania). Un po’ scarsi come ricattatori.

Da dove nasce, allora, tutta l’indagine? Da un verbale di interrogatorio di Arcangelo Martino, anche lui sotto inchiesta per la P3, in cui farebbe cenno delle confidenze ricevute da Sica a proposito della compravendita di parlamentari. Versione, peraltro, seccamente smentita dall’ex assessore regionale a verbale nel novembre 2010, quando ai pm ha detto di non aver mai riferito a Martino che «Berlusconi era in debito con me perché avevo convinto alcuni senatori a votare contro il governo Prodi. E non è vero che abbia finanziato alcuni senatori o forze politiche per ottenere questo risultato». Il rapporto tra Sica e il Cavaliere inizia nell’estate 2007, durante un pranzo a Villa Certosa, in Sardegna.

«Organizzai il mio passaggio a Forza Italia in modo eclatante - ha ammesso Sica nell’interrogatorio - a Pontecagnano organizzai la festa nazionale della Margherita nel settembre 2007. Al termine della festa nazionale ed appena prima dell’intervento conclusivo del presidente Rutelli, indissi una conferenza stampa in cui dissi che avrei lasciato la Margherita, non sarei confluito nel Pd ma in Forza Italia... Ciò che accadde costituì sicuramente per Berlusconi un ottimo successo e per questo ritengo a ragione che Berlusconi avesse un debito di riconoscenza nei miei confronti». Per questo, «avevo deciso di proporre la mia candidatura come presidente della Regione Campania». Proposta bocciata.