I Pm: «C’era un patto scellerato» Giallo sui contributi di «Libero»

da Milano

«Imprenditori rampanti». Così vengono definiti dagli inquirenti Gianpaolo Angelucci e Paolo Pagliaro. Il primo, presidente della Tosinvest e, tra l’altro, editore del quotidiano «Libero»; il secondo, patron dell’emittente televisiva salentina Telerama. Entrambi, per i pm di Bari, avrebbero versato denaro nelle casse del movimento politico di Raffaele Fitto, ex governatore della Puglia. Un vorticoso giro di soldi finiti a «La Puglia prima di tutto», prima e dopo le elezioni amministrative del 2005, concluse poi con la sconfitta del politico azzurro. Per gli inquirenti, la presunta tangente è di 500mila euro. Nelle 149 pagine del provvedimento cautelare inviato al Parlamento con cui si chiede l’arresto di Fitto, il gip di Bari Giuseppe De Benedictis ricostruisce la vicenda di «sanitopoli». Il consorzio San Raffaele di Roma, del gruppo Tosinvest di Angelucci, avrebbe finanziato l’ex presidente di Regione per ottenere l’appalto di undici residenze sanitarie assistite pugliesi. Un affare da 198 milioni di euro. Dal gruppo Angelucci partono i finanziamenti in tranche. I versamenti iniziano il 4 marzo 2005 e terminano il 6 maggio. Per l’accusa, 200mila euro sarebbero transitati in due conti correnti dell’Udc nazionale e calabrese. Gli inquirenti affermano che il «parcheggio» è ancora da approfondire. Gli altri 300mila euro bonificati partono dalle numerose società della holding Angelucci. Aziende che spaziano dalla sanità all’editoria. I finanzieri setacciano i conti correnti di Fitto e del suo partito e scoprono che il 4 aprile la «Cooperativa editoriale Libero a r.l.» dispone un bonifico sul conto della lista del presidente Fitto: 25mila euro. La causale è «erogazione liberale». Lo stesso giorno, dalla «T.g.s. 2004 s.r.l.» (altra società del gruppo) partono altri 25mila euro. Poi, 25 euro arrivano dalla «Santa Lucia 2000 s.r.l». Il giorno successivo è la volta della «Casa di cura privata Santa Lucia s.r.l.». Il 28 aprile è ancora «Libero» a scucire 50mila euro. Eppoi ancora le altre società con tranche da 30 a 40mila euro.
Per i Pm non c’è alcun dubbio: si tratta di un «sistema» che aveva «conseguito il monopolio illecito in diversi settori, legando attraverso un patto scellerato l’impresa, la pubblica amministrazione e il potere politico...». Dura l’accusa a Fitto, secondo i quali è una figura che appare «connotata da indubbia inclinazione a coltivare rapporti trasversali e sotterranei in funzione dei propri interessi elettorali e più latamente economici». I due imprenditori oggi agli arresti, invece, secondo i titolari dell’inchiesta «hanno dimostrato elevata spregiudicatezza e notevole spessore criminale, concorrendo all’affermazione del sistema stesso».
I Pm vogliono vederci chiaro soprattutto per quanto riguarda i 300mila euro pervenuti da varie società della Tosinvest (più chiaro, perché dichiarato, il denaro transitato dalle casse dell’Udc). E qui si apre un giallo nel giallo. Il motivo: nell’ordinanza si legge che «...a prima vista gli inquirenti hanno rivelato una macroscopica differenza grafica tra le firme apposte dinanzi ai finanzieri» dagli amministratori del gruppo Angelucci «e quelle riportate sulle dichiarazioni congiunte all’epoca delle contribuzioni». «Motivo per cui hanno espressamente sottolineato la presenza di forti dubbi sull’autenticità delle firme apposte... che sembrano tutte apposte da un medesimo soggetto». Inoltre, le erogazioni di finanziamento, per quanto riguarda la «Casa di cura Santa Lucia» e «Libero», «non risultano essere state deliberate dall’organo amministrativo competente». Un’altra ombra su cui far luce.