I pm: così Bassolino ha permesso lo scempio dei rifiuti in Campania

Negli atti della Procura, tutte le accuse contro il Governatore: «Ha consentito le violazioni ambientali delle società incaricate dello smaltimento»

Gian Marco Chiocci

nostro inviato a Napoli

L’atto d'accusa contro Antonio Bassolino indagato a Napoli nell'inchiesta sulla malagestione dello smaltimento dell'immondizia in Campania è condensato nelle 34 pagine dell'avviso di conclusione indagini (recapitato anche ad altri 27 soggetti) che ripercorrono una vicenda giudiziaria su cui si è sempre saputo poco, e letto ancora meno. Sfogliando il documento dei pm Novello e Sirleo, laddove si contestano al Governatore la frode in forniture pubbliche, l'abuso d'ufficio, la truffa aggravata e le violazioni ambientali si ha un'idea ben precisa delle presunte irregolarità sugli appalti e sui contratti di fornitura alle società Fibe e Fisia (emanazione dell'Impregilo) incaricate di provvedere allo smaltimento dei rifiuti nel rispetto di regole inderogabili.
Fra gli obblighi contrattuali - ricordano i magistrati - spiccavano la costruzione di sette impianti di combustibile derivato dalla nettezza urbana, di due impianti per la termovalorizzazione dello stesso propellente, la gestione delle scorie da differenziare secondo precisi limiti qualitativi e quantitativi. E comunque sia, cascasse il mondo, pena l'immediata rescissione del contratto, chi si era aggiudicato l'appalto avrebbe dovuto comunque garantire il servizio di ricezione dei sacchi quotidiani riversati dai netturbini motorizzati.
Stando però alle risultanze dei pm molti di questi «obblighi» non sarebbero stati rispettati e le società non in regola avrebbero continuato tranquillamente a lavorare. Antonio Bassolino, in qualità di commissario di governo, pur avendo i più ampi poteri ed essendo al corrente della reale situazione non avrebbe fatto quanto avrebbe potuto, e dovuto, fare. «Nello specifico - è scritto nel provvedimento - non impediva, realizzava e consentiva la perpetua violazione degli obblighi contrattuali assunti dalla Ati (associazione temporanea di impresa) affidataria in relazione alla gestione del ciclo dei rifiuti della Campania a valle degli stessi». E questo anche a fronte della «evidente e notoria» mancata raccolta da parte dell'Ati di tutto il mondezzaio regionale «omettendo di promuovere e sollecitare iniziative volte a garantire il rispetto dell'obbligo contrattuale di ricezione da parte della stessa Ati». Un disservizio, si legge a pagina 13, consistito in «rallentamenti e interruzioni dell'opera di ricezione dei rifiuti solidi urbani da parte degli impianti di produzione di Cdr con il conseguente accumulo degli stessi in strada».
Questa sorta di «omessa vigilanza» dell'ex commissario Bassolino si sarebbe concretizzata nell'emanazione di una serie di ordinanze «che consentivano - continua il pm - la violazione dell'obbligo contrattuale di assicurare, nelle more della realizzazione degli impianti di termovalorizzazione il recupero energetico del Cdr», alias ecoballe (ovvero rifiuti trasformati in combustibile da convogliare poi negli impianti per la produzione di energia elettrica). Un secondo decreto sottoscritto dall'ex sindaco di Napoli - il 383 del 2001 - di fatto avrebbe permesso alla società ex Impregilo la violazione dell'obbligo di «produrre compost idoneo a recuperi ambientali». Fra gli addebiti mossi a Bassolino vi è inoltre quello di aver «consentito e non impedito» con tutta una serie di decisione «l'effettuazione da parte della società affidataria del subappalto» dei trasporti dei rifiuti «prodotti a valle della lavorazione effettuata presso gli impianti dei Cdr e del subappalto inerente alla gestione delle discariche di servizio».
Colui che era stato chiamato a risolvere uno dei più antichi problemi della Campania, insomma, per la procura di Napoli avrebbe «omesso di intraprendere iniziative dirette a contestare, e comunque impedire, le accertate violazioni contrattuali da parte delle società affidatarie». Violazioni di vario genere oltre a variazioni contrattuali non previste dagli accordi finalizzate «a procurare all'Ati un ingiusto vantaggio patrimoniale». Questo modo di fare, «con gli artifizi e i raggiri» messi in atto dalle società (e mai sanzionati da Bassolino) avrebbero ingannato sinanche la presidenza del Consiglio dei ministri e altri organismi pubblici impedendo loro di risolvere la perenne emergenza e «di acquisire la piena cognizione dell'inadempimento contrattuale» della società preposta allo smaltimento di tonnellate di scorie quotidiane.
gianmarco.chiocci@ilgiornale.it