I pm non risolvono i casi e chiedono aiuto alla tv

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Continuano i guai della giustizia. \Un anno di cronaca nera che non trova colpevoli: da Yara a Melania, la moglie del soldato. E ora per le indagini ci si affida a &quot;Chi l’ha visto?&quot;
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Adesso la scialuppa di salvataggio diventa «Chi l’ha visto?». Gli investigatori che non hanno una strategia la cercano nei format della tv. La Procura di Ascoli si rivolge al programma di Rai3 per stabilire, una volta per tutte, chi c’era sul pianoro di Colle San Marco il pomeriggio del 18 aprile quando Melania sparì. Un mese e passa non è bastato anche se non risulta che su quei prati ci fosse una folla da stadio. Ora i magistrati provano a rintracciare due donne, una riccia e l’altra accompagnata da una bambina, e una coppia di ciclisti. Salvatore Parolisi, il marito della vittima, è sempre pericolosamente in bilico, è stato interrogato per ore e ore, gli hanno perquisito la casa, ma resta sempre un teste. Non ha bisogno di un difensore, anche se sprofonda nella fossa dei sospetti.
Da settimane si favoleggia di arresti e di mosse imminenti della Procura, ma per ora non succede nulla. E se succede qualcosa la logica è misteriosa: ad Avetrana Cosima assiste imperturbabile a nove mesi di scavo, quindi riceve il più subdolo degli avvisi di garanzia, pochi giorni dopo le mettono le manette. Giocando con un concetto altrettanto scivoloso: la compatibilità. Compatibilità con la sua presenza in garage. Combinazione: il tutto proprio nei giorni in cui la Cassazione sottolinea l’inattendibilità di Michele Misseri demolendo, già che c’è, anche il movente della gelosia.
Quest’anno i casi di cronaca nera che hanno toccato l’opinione pubblica sono una collezione di misteri. Domani a Brembate di Sopra si celebrerà il funerale di Yara e la sua tragedia è la sintesi di tanti fallimenti. Yara scompare il 26 novembre, viene cercata da decine di volontari, sfruttando anche l’olfatto dei cani molecolari, la Procura “assalta“ una nave e ferma un marocchino che poi viene scagionato fra dubbi e polemiche. Yara viene ritrovata solo il 26 febbraio da un ragazzo che sta giocando con un aeroplanino: il suo corpo era a due passi dal centro ricerche della protezione civile ma nessuno se n’era accorto. È l’unica terribile novità. Il procuratore aggiunto di Bergamo tiene un’incredibile conferenza stampa in cui mette in fila una galleria di «non so». Poi, solo silenzio e buio.
Per Melania la soluzione sembra sempre sul punto di arrivare. Ma i giorni passano, il marito non viene indagato anche se si indaga (quasi) solo su di lui, ora si chiama in soccorso «Chi l’ha visto?». Mortificante. Tutte queste inchieste, e anche altre finite sotto i riflettori, mostrano una strategia corta, mosse incerte e contraddittorie, perquisizioni a scoppio ritardato, interrogatori annunciati per troppi giorni, analisi scientifiche sempre più complesse e che inevitabilmente rimandano ad altre analisi ancora più approfondite.
Tutto già visto in un’altra incompiuta che, ahimè, ha fatto scuola: l’assassinio di Chiara Poggi a Garlasco. È il 13 agosto 2007, Garlasco è un deserto, Chiara muore in casa e muore dentro una cerchia di rapporti che si tengono sulle dita di una mano. Sul palmo di quella mano si perde la procura di Vigevano che pasticcia con le prove, temporeggia e va all’attacco del fidanzato e sospettato unico Alberto Stasi sbagliando tempi e modi. Alla fine Stasi viene assolto e l’opinione pubblica deve fare i conti con un paradosso costruito fra gli alambicchi e le provette dei laboratori del Ris di Parma: nessun estraneo è entrato in quell’abitazione, ma non ci sono prove sufficienti per incastrare il fidanzato.
Un paradosso che ora torna, in qualche modo, nel giallo di Melania. Le dichiarazioni del marito vengono ritenute, nella migliore delle ipotesi, evasive, la sua ricostruzione della gita a Colle San Marco non convince, le sue relazioni extraconiugali fanno pensare. Ma i dubbi, impilati gli uni sugli altri, non bastano per arrivare alla sempre evocata svolta.
La sensazione, da Garlasco ad Ascoli, è di quelle che non fanno bene: si procede a tentoni, inseguendo questo o quel dettaglio, ma senza un’idea forte che aiuti a formulare domande, quesiti, relazioni tecniche. È inevitabile: queste indagini sfiancanti, le inchieste con la svolta del giorno dopo, finiscono per andare alla deriva. Ci si aggrappa a una puntata di «Chi l’ha visto?», al profilo del Dna, a una telecamera che spenta o rotta, alle celle telefoniche che spesso e volentieri si trasformano in trappole. In quelle trappole, sia chiaro, non restano impigliati gli assassini, ma gli investigatori.