I politici ds nel mirino della marcia anti-Tav

I manifestanti invadono i binari, chiusa per ore la linea ferroviaria Bussoleno-Susa

Gabriele Villa

nostro inviato a Susa (Torino)

A scanso di equivoci cerchiamo di capirci subito: «Il Tav è lento, la Val di Susa è rock». Sono le 12.45 quando l’avanguardia del corteo, supportata da una rumorosa colonna sonora, imbocca corso Stati Uniti e fa il suo ingresso trionfale a Susa. Lo slogan, scandito e riportato sugli striscioni di testa, giunge dunque direttamente dal nuovo profeta dell’antiberlusconismo mediatico.
Contro i carotaggi e i tunnel per l’alta velocità Celentano docet, insomma. Certo veder correre e fare la «ola» centinaia di studenti e professori, mano nella mano uniti, nella scia del predicatore di Brugherio non conferisce, così al primo impatto, un grande spessore culturale alla colossale manifestazione del giorno X, ma tant’è. Accontentiamoci di prender nota e di assistere alla sfilata, sindaci della valle in testa e squatter e disobbedienti, sparpagliati qua e là, del lungo cordone umano partito otto chilometri e tre ore prima da Bussoleno. Non gli ottantamila contati dagli organizzatori, nemmeno i trentamila dichiarati dalle forze dell’ordine, ma i cinquantamila, annunciati dal monte e dal piano: quello sì è il numero che ieri ci è sembrato più realistico.
Senza delegazioni ufficiali del sindacato e dei partiti, eccezion fatta per Verdi, Rifondazione e Comunisti italiani, il popolo della Val Susa ha lanciato ieri trasversalmente e apparentemente unito il suo no alla costruzione della linea ferroviaria sulla quale nel 2018, giorno più giorno meno, dovrebbe e potrebbe viaggiare, a trecento chilometri all’ora, il treno che avvicinerà l’Italia e la Pianura Padana a Lione a Parigi e a Kiev; e poi ancora, dopodomani, a Mosca.
Tutt’intorno fabbriche chiuse, saracinesche di negozi, bar e ristoranti abbassate, sagre del tartufo rinviate a data da destinarsi. Con rara capacità di sintesi spiega le motivazioni dello sciopero generale un cartello affisso di fronte all’Hotel Stazione: «Meglio un valsusino nullafacente che un ministro incompetente».
Non è l’unico cartello contro Lunardi, intendiamoci. Pochini, onestamente, quelli dedicati a Berlusconi, mentre schizzano in alto, al borsino della contestazione trasversale in marcia, quelli riservati a Mercedes Bresso (certo quel «Tav? L’amplesso della Bresso» non è elegantissimo) contro Chiamparino («Bresso e Chiamparino l’amianto nel vostro giardino») e altri autorevoli esponenti di una sinistra piemontese e nazionale messa sotto accusa da un’intera vallata. E non solo, visto i rinforzi esterni che si sono accodati. «I diktat della Bresso no pasaran» tuonano all’unisono dal palco gli oratori.
Sindaci, ambientalisti, professori di liceo uniti nel «No-Tav» e in molti accomunati dalla denuncia per resistenza, oltraggio a pubblico ufficiale etc. Cioè la falsa partenza della protesta meno pacifica di due settimane fa, a Mompantero con gli incidenti e i blocchi per impedire i carotaggi del terreno.
Ieri invece per fortuna tutto è filato liscio. È vero che, dalle 13, è stata chiusa per alcune ore la linea ferroviaria Bussoleno-Susa perché gruppi di manifestanti avevano occupato i binari alla stazione di Susa. È vero anche che, davanti al bivio di Mompantero, dove sono cominciati i sondaggi del terreno, ci sono stati attimi di tensione quando, di fronte a due cordoni di poliziotti con elmetti e scudi, squatter e anarchici si sono messi ad urlare e a fischiare. Ma il caos di ieri finisce qui.
Non finisce qui invece per la sinistra bloccata sulla ferrovia ad alta velocità, davanti al passaggio a livello chiuso di una contestazione che promette di non concedere tregua. «Domani - ha detto il presidente della Comunità Montana della bassa Val di Susa, Antonio Ferrentino - scriverò alla presidente della Regione, Mercedes Bresso, per dire che un intero territorio non potrà decidere, ma neppure subire una decisione come quella dell'alta velocità. Questa manifestazione ha avuto un successo straordinario, tanto che ne organizzeremo un’altra a Torino, fra dicembre e gennaio». «Lo sappiano Fassino e gli altri, urlano gli studenti rock della valle mentre rompono le righe, No tav, boia faus».