I politici locali diventano un lusso: gli stipendi volano a 890 milioni

da Roma

Nel 2004 gli amministratori locali costavano allo Stato 890 milioni di euro. Il dato viene da un’analisi dell’Ansa su elaborazione di dati prodotti dagli stessi Comuni e Province italiane.
Ma non tiene conto di un particolare. Con le ultime amministrative del 2006, le retribuzioni di consiglieri comunali, ma soprattutto di sindaci e assessori, sono quasi raddoppiate. Ne consegue che la stima di 890 milioni è ampiamente sottostimata. Oggi, l’apparato amministrativo eletto rischia di costare valori quasi doppi a quelli registrati ufficialmente.
E dalla stima elaborata dall’Ansa restano fuori i costi delle indennità degli apparati politico-burocratici che accompagnano l’attività di sindaci, assessori, presidenti di consigli comunali, di Provincia e di Comunità montane.
Così come negli 890 milioni di euro non sono conteggiati i costi di rappresentanza delle Regioni (quasi tutte hanno un ufficio a Bruxelles, fatta eccezione della Basilicata). Per non parlare delle sedi estere. La Sicilia ha rappresentanze a Parigi e Tunisi. La Campania ne ha una Manhattan. Da qui, il successo del libro I costi della democrazia, scritto a quattro mani nel 2005 dai senatori ds (oggi sd) Salvi e Millone.
Ne consegue che la cifra di 890 milioni di euro rappresenta soltanto la «punta di un iceberg» dei costi della politica. E comunque sia, una punta considerevole.
Secondo una statistica alla Trilussa (tu mangi due polli, io non ne mangio: abbiamo mangiato un pollo a testa), i 205mila amministratori locali riceverebbero una cifra annuale superiore ai 4.341 euro all’anno.
La realtà è ben diversa. Sempre secondo i dati del 2004, il sindaco di una grande città riceve uno stipendio lordo di 7mila euro al mese. Ma, appunto, si tratta di dati del 2004. Oggi, il sindaco di un comune sotto i 5mila abitanti riceve uno stipendio mensile di 2mila euro netti; la metà, il vicesindaco e poco meno gli assessori. I consiglieri percepiscono un gettone di presenza e rimborsi spese per i trasferimenti. Ed in taluni casi vi rinunciano o per iniziative umanitarie o per evitare di appesantire i bilanci dei propri comuni.
E si tratta di emolumenti decisi da leggi. E di modifica di queste leggi parla Romano Prodi. Nella conferenza stampa a Palazzo Chigi, il presidente del Consiglio annuncia che nei prossimi giorni il governo metterà a punto un provvedimento sui costi della politica e della pubblica amministrazione. Più tardi, però, precisa che un accordo su questa riduzione, ancora non c’è. «Se ci fosse un accordo lo avrei già annunciato», commenta. E aggiunge che sull’argomento: «Va fatto un discorso molto esteso e completo», stando molto attenti a «evitare gli aspetti demagogici».
Chi ha sollevato, però, analisi dettagliate sull’intero costo della politica sono stati esponenti del centrosinistra. Salvi e Villone, anche durante il dibattito sulla legge finanziaria, avevano presentato numerosi emendamenti per ridurre o comunque tamponare il fenomeno. Emendamenti che avrebbero comportato risparmi di spesa; e che sono stati regolarmente bocciati dalla stessa maggioranza che sostiene Romano Prodi.
Anche perché l’esercito di amministratori censito dall’Ansa su dati delle associazioni dei Comuni, delle Province e delle Comunità montane, è di 205mila amministratori. Come gli spettatori che possono entrare in due stadi Olimpici e mezzo di Roma.