I pomodori di Cervo non fanno la salsa ma disfide letterarie

Ancora quei pomodori lì. Quelli di Pietro Citati. Quelli che hai cercato a Cervo Ligure un paio d'anni fa nelle serre di Antonio e Maria Scarato. Pura marmanda, costoluta, rotondeggiante e rossa. Semi di generazioni, fiutati, passati fra le dita, messi da parte senza mitologia. Niente fascino romanzesco e deriva da buonismo nostalgico. Che alle 5 «fa caldo» tirar su la testa e tornare alla terra. Prima raccolta ad aprile, poi fino a giugno. Citati all'epoca ci aveva scritto su. Un giro di ritorno nella sua Cervo degli anni giovanili, polpeggiata in quei pomodori «scandalosi» tanto ti irroravano il cuore di gusti assoluti. Perché non dirlo dunque che i «pomodori di oggi sono di plastica». E va bene se il valzer si culla proustianamente in polpa di marmanda, che attizza l'Italia tutta nel canto del pomodoro, magnifico paradigma di essenza e lingua schietta. Citati scriveva che i pomodori di oggi non hanno più il gusto di allora, e da scrittore e critico guarniva con stilettata ad Alessandro Baricco, sagacemente raccolta da Massimo Gramellini. Parentesi letteraria. E più d'uno gli ha risposto su quella traccia lenta (dei pomodori), che fugge la grande distribuzione, che traduce cura e passione, che finirà con l'ultima generazione di sessantenni che assaggiano la terra e attendono con pazienza e pudore. E la materia sconfina dall'agronomo al contadino che non ha studiato sui banchi, ma spiato il sopravvenire della sera. Tant'è, il pomodoro riquaglia sulla stampa nazionale con un'altra schermaglia letteraria(?), nella curiosa e replicata liason tra pomodoro e pseudo-lettere.
Perché Citati su Repubblica risponde ad Antonio Pascale, che nel suo libro-inno agli Ogm «Scienza e sentimento» respinge la vecchia affermazione sui pomodori, criticando l'ignoranza in agronomia del letterato puro. «Pascale sostiene che sono ignorante in questioni di tecnica agronomica - scrive Citati - Lo ammetto volentieri. Ma è un pasticcione: nel suo libro sostiene che avevo una casa a Cerro Ligure, mentre l´avevo a Cervo Ligure, un bellissimo paese della Liguria occidentale; e che il mio era un "lungo testo" mentre era breve. Dunque, non sa leggere. E, se non sa leggere, dubito che si intenda di pomodori e di qualsiasi cosa dell´universo».
Di nuovo una triangolazione che Nico Orengo, sulla Stampa, non manca l'aggancio: «A Citati se gli tocchi il pomodoro diventa una belva. Ma Pascale - una sfiga gigantesca - citando il paese-eden di Citati, lo chiamava Cerro Ligure». Morale? «È che il pomodoro di Citati proprio non si tocca». Ancora un binario doppio e qualche occhieggiare affatto distratto. Questione d'approccio, pomodoro-pretesto o semplicemente memoria gustativa: voglia e urgenza di consistenza e sapore.
Raggiungi Citati nella sua casa romana. «Ancora pomodori? - ti stoppa con garbo - sono ben felice che ne parliate, io però non ho più nulla da dire». Ma quei pomodori, quelli di cui ci ha scritto, stoccate a latere… E qui il retrogusto di due anni fa sobilla il critico: «Sono ligure e amo i pomodori - dichiara compiaciuto - e quella volta lì è stato divertentissimo». Già, con la coda di lettere dai contadini d'Italia sul privilegio mica perduto di produrli ancora quei pomodori sopravissuti all'omologazione del sapore. Oggi di nuovo, a sommuovere il Bel Paese, per un Citati alla ricerca del pomodoro perduto. E lui, serio, conferma: «Agli italiani interessano più i pomodori che Obama». E come ce la spieghiamo 'sta storia? «Forse perché è un cibo razionale, soprattutto in Liguria. Pensi alla salsa, a quelle meravigliose insalate. E' un cibo capitale». Brusco cambio di registro: «È grottesco. Fa ridere tutta questa faccenda. La capacità di negare che i pomodori sono di plastica oggi è da idioti. Io non dovevo rispondere, ma non voglio più parlarne». L'agguanti per l'amaro che gli resta in bocca, gli chiedi se da Cervo è passato ancora, se ha rivisto palazzo Viale, dimora di famiglia, e quel labirinto di vite e creuze che lo hanno stretto per trentacinque anni: «Ormai per me è un paese di morti. Ho tanti dei miei cari morti lì e non ci torno volentieri. Ma l'amo molto». È quel rosso pomodoro che potrebbe essere Tiziano. Che vuoi sentire tra lingua e palato e non c'è storia che tenga. E oggi? «Non li trovi più - ribadisce il nostro - Forse sono lievemente migliorati, almeno qui a Roma. Non so da voi in Liguria. Ma in Calabria ci sono ancora, stupendi. Ho negli occhi un cesto, dentro i fiori e almeno dieci chili di pomodori». Poi quell'ironia discreta per tagliar corto che fin troppo s'è parlato dell'oro del Mediterraneo: «È stata molto gentile a legare il mio destino ad un cesto di pomodori». Quelli di Cervo però, polpa dell'anima.