I Pooh festeggiano i 40 anni: «Sempre in cerca dell’America»

La band pubblica oggi «La grande festa», doppio cd antologico con due inediti. Esce anche un elegante volume biografico. A marzo il nuovo tour

Antonio Lodetti

da Milano

I Pooh prendono la rincorsa per festeggiare i loro primi quarant’anni di musica. L’anniversario sarà in febbraio, ma loro giocano d’anticipo e oggi pubblicano la doppia antologia La grande festa (31 supersuccessi più due inediti, il brano che dà titolo all’album Destini e un dvd con i videoclip più famosi). Da oggi poi è in libreria il volume di Sandro Neri Pooh, la grande storia 1966-2006 (Giunti editore), biografia definitiva di un gruppo da Guinness dei primati con 23 milioni di album venduti, 20 milioni di singoli con una militanza di cinque anni interi (distribuiti nel tempo) nelle hit parade.
Si brinda con grande anticipo.
«Quarant’anni insieme non sono uno scherzo. Pubblichiamo ora il cd e il libro come biglietto d’invito a tutti i nostri fan; poi la vera festa si farà in tournée, una serie di concerti che prenderà il via il 18 marzo dal Palalottomatica di Roma e si concluderà il 7 aprile al Forum di Milano».
In un repertorio così vasto come avete scelto i brani da inserire nell’antologia?
«Con grande fatica, fosse stato per noi avremmo pubblicato una raccolta di dieci cd. Ci sono state delle scelte obbligate; avessimo lasciato fuori classici come Piccola Katy, Tanta voglia di lei o Pensiero i fan ci avrebbero querelato. Però abbiamo trovato spazio anche per canzoni che hanno segnato le nostre svolte artistiche come Per te qualcosa ancora, uscita solo su 45 giri, che rappresenta la nostra vena rock sinfonica, o Ci penserò domani, storia di una femminista che ha segnato il nostro impegno sociale, o ancora Scusami dell’anno scorso che è l’evoluzione di Tanta voglia di lei».
Non siete stanchi del mondo del pop?
«Per niente, abbiamo passato più tempo insieme noi quattro che con le nostre famiglie. Siamo sempre entusiasti di suonare, sempre alla ricerca di nuove strade: non ci siamo mai stancati perché ogni volta pensiamo di aver scoperto l’America».
Ovvero?
«Diciamo che la nostra è un’incoscienza costruttiva. Siamo stati la prima band a mollare le case discografiche, nel 1976 dopo Poohlover e abbiamo cominciato a produrci da soli, facendo anche molti errori e pagandone le conseguenze».
Cioè?
«Abbiamo trasformato tutti i nostri sogni in realtà, anche le cose che sembravano impossibili, ma quanta fatica. Siamo stati i primi in Italia a utilizzare le tecnologie d’avanguardia e i Tir per spostarci. Così nel 1981 abbiamo scoperto come mai, dopo un tour da 40mila persone a sera, abbiamo incassato un miliardo e mezzo spendendone altrettanto. La nostra carriera si riassume con le parole incoscienza e indipendenza».
Siete stati anche i primi a usare gli effetti speciali.
«Sì, la macchina del funo l’abbiamo costruita spruzzando la brillantina Linetti su una nostra invenzione composta da una serpentina in rame e dalla resistenza di uno scaldabagno. Usciva il fumo e poi seguivano le fiamme; un giorno, a Torino, Dodi ha quasi preso fuoco, abbiamo dovuto scaricargli addosso un estintore».
Avete fatto di tutto e di più: un sogno?
«La nostra carriera è un sogno. Non abbiamo mai avuto il tempo di guardare indietro, ci ha costretti a farlo il nuovo libro, così abbiamo scoperto come la nostra vita sia stata affascinante e spontanea».
Un rimpianto?
«Lo abbiamo scoperto proprio nel libro; c’è una foto dove siamo a Venezia con Roger Moore. Ci avevano chiamato per la colonna sonora di un film di 007. Non se ne fece niente, ma da lì scrivemmo le musiche per molti film tv».