I poteri occulti della seduzione

«Amanti e regine» di Benedetta Craveri ci offre una galleria di donne «forti» dell’Ancien Régime

Forse la figura femminile che meglio riassume l’affollata galleria delle Amanti e regine, titolo del nuovo libro, dotto e scorrevole, di Benedetta Craveri (Adelphi, pagg. 432, euro 25), è quella di Maria Mancini, vissuta nel cuore di quei trecent’anni d’Antico Regime di cui l’autrice è grande esperta.
Verso la metà del Seicento, in due ondate successive, giunse alla corte di Francia una nidiata di bambini italiani, dieci, tre maschi e sette femmine. Anche se ignari di qualsiasi etichetta, non erano propriamente emigranti, erano nipoti di Giulio Mazzarino, l’ambizioso cardinale ministro che voleva dar lustro alla sua discendenza attraverso l’unico modo che garantisse il successo: una fitta rete di parentele e di alleanze matrimoniali. Lasciamo stare i maschi, che muoiono presto o contano meno. Delle sette femmine, figlie di due sorelle del cardinale, e perciò chiamate “mazzarinette”, Maria Mancini, nata nel 1640, fu quella che osò puntare più in alto, potendosi illudere addirittura di diventare regina.
Non bella, non amata dai genitori, ma intelligente e spiritosa, attirò l’attenzione di Luigi XIV quando nel ’58 il re ventenne ebbe una improvvisa malattia che fece temere per la sua vita. Maria si mostrò così ansiosa e disperata, da commuovere il Re Sole, il quale cominciò a prestarle inusitate attenzioni, a farle doni, finché si dichiarò. Lei era esaltata e casta, lui timido e sensuale. Ma la contrarietà della regina madre e la ragion di Stato indussero persino il cardinale a stornare quella faccenda. Con la preoccupazione di sigillare la pace tra Spagna e Francia, egli concordò le nozze di Luigi XIV con l’infanta Maria Teresa, e la povera Maria Mancini fu spedita a La Rochelle, di cui lo zio era governatore.
Luigi accompagnò l’amata alla carrozza, pianse all’addio, ma la loro storia d’amore era ancora lontana dalla conclusione. Il re strappò alla madre l’autorizzazione di tenere contatti epistolari con l’esiliata, le mandò regali, ottenne infine di poterla incontrare un’ultima volta, con il solo effetto di rinsaldare la loro passione. Per il re sconsolato, era come una malattia, e il cardinale, per guarirla, si servì della sorella maggiore di Maria, Olimpia, che era stata la prima ad attirare, respingendole, le attenzioni di Luigi, e che ora, diventata signora e contessa di Soissons, si mostrò disponibile ad alleviare le pene del sovrano. Dopodiché pensò bene d’informarne la sorella.
L’orgoglio ferito di Maria si adeguò ai desideri e alle trame di Mazzarino, che la spedì a Roma a sposare il principe Colonna, gran connestabile del Regno di Napoli, uomo prestante e passionale. Quella che per lei sembrava una vita finita, si apriva radiosa a una nuova stagione piena d’amore condiviso e per lei inatteso. Ma il connestabile era un impenitente donnaiolo e, quando si rivelò anche un despota minaccioso, Maria fuggì da Roma, riparò in Francia, dove la sua presenza era assai scomoda, si trasferì quindi in Piemonte e infine andò nell’ultima terra in cui sarebbe dovuta andare, in Spagna, e qui la sua fuga verso la libertà si concluse tra le mura di un convento.
Il biasimo che Maria suscitava a Roma, uscendo da sola e ricevendo liberamente, e lo stesso altalenio della sua fortuna, rappresentano bene il quadro della condizione femminile che, con varie fasi di passaggio, attraversava ogni strato della popolazione e secondo i caratteri del paese. In Francia non era come in Italia. Non fosse stata compromessa da una storia sbagliata con il re, Maria a Parigi non avrebbe fatto scandalo tenendo salotto, che sarà in futuro il teatro d’elezione di madame de Maintenon alla fine del Seicento, e, insieme al letto, uno dei campi di battaglia della marchesa di Pompadour, grande patrocinatrice delle arti e delle scienze, e protettrice dei philosophes.
Tornando indietro, un secolo prima di Maria Mancini, il giurista Jean Bodin, nel 1586, confinava le donne ai margini della vita civile, esse dovevano essere tenute «lontane da tutte le magistrature, i luoghi di comando, i giudizi e le assemblee pubbliche». Il tener lontane le donne non già dal potere, che è l’ultimo anello della catena, ma dalla semplice personalità giuridica, non seguì il principio cronologico della graduale liberazione, almeno in Francia. Fino al Trecento, in assenza del capofamiglia, la donna ne faceva le veci e aveva facoltà di ereditare titoli e feudi.
Non diversamente dalle donne della nobiltà, anche quelle della borghesia e del popolo avevano avuto la possibilità di praticare, ad esempio, vari mestieri. Dopo il Rinascimento, con la fondazione degli Stati moderni, dove la famiglia era messa a fondamento della società e diventava una sorta di Stato a livello cellulare, la figura della donna assume sempre più l’aspetto di un’erma bifronte. Per la sua irrazionalità, irresponsabilità, incostanza, poteva essere angelica e diabolica, indurre all’elevazione spirituale o alla perdizione morale, e ciò proprio nel secolo, il Cinquecento, in cui questo peggioramento della condizione della donna veniva a coincidere con una prima combattuta affermazione del suo prestigio intellettuale (vedi il Tresor de la Cité de dames di Christine de Pisan, o l’Eptamerone di Margherita di Navarra).
In questo bel libro di Benedetta Craveri, già autrice sempre per Adelphi di Madame du Deffand e il suo mondo e di La civiltà della conversazione, è come se si fosse voluto rappresentare in un grande affresco o in una sequenza di medaglioni le punte più significative, più celebrate e discusse di quella che potremmo chiamare forse una lunga battaglia di equilibrismo muliebre contro l’esclusione, talvolta di conquista subdola e indiretta del potere, talaltra di vendetta e rivalsa per via di seduzione.
Capolavoro non era solo l’Eptamerone, fu anche la bravura e l’intelligenza di Caterina de’ Medici, che, giunta a quattordici anni in Francia per andare in sposa al secondogenito di Francesco I, Enrico, duca d’Orléans, seppe guadagnarsi la benevolenza della nuova famiglia potendo contare sulle proprie risorse, adattandosi subito alle abitudini di corte, imparando un francese impeccabile, mostrandosi allegra e affettuosa, prima di essere presa dall’ingranaggio delle dispute dinastiche e della tragica notte di S. Bortolomeo. Un capolavoro di pervicacia e di passione del potere fu quello di Maria de’ Medici, sposa a Enrico IV, reggente per il figlio Luigi XIII, e vittima di Richelieu: una vittima apparente, perché affidandosi al genio di Rubens, da lei scelto, e che la immortalò nelle ventiquattro tele al Louvre, «riuscì nell’intento di riscrivere la propria storia, giustificare il proprio operato, celebrare da viva la propria apoteosi».