I pranzi indigesti a sinistra

Con un paradossale e artificioso rovesciamento di prospettiva, la stampa più vicina – e anche, in qualche caso, «organica» al centrosinistra – sta disperatamente cercando di stornare l’attenzione dai pranzi d’affari (come chiamarli altrimenti?) dei dirigenti diessini per proiettare, ancora una volta, un fascio di luce nera su Silvio Berlusconi.
Si evocano ombre e penombre del Sifar, si grida allo spionaggio, s’ironizza sul garantismo del premier e della maggioranza e si arriva perfino a far circolare la parola «delazione», come se il costume della politica dovesse essere quello dell’omertà. Ancora non è stata tirata in ballo la Cia, ma è soltanto questione di ore e ben presto il complottismo, malattia infantile mai debellata della sinistra, riacquisterà la virulenza di sempre e tornerà a sollevare una torbida colonna di fumo. Che copra e stordisca.
Si fa presto a parlare di spionaggio. Gli spioni, barbe finte e pelo sul cuore, quando si guardano allo specchio fanno finta di non riconoscersi e si circondano di un silenzio cauteloso e tombale. Riconoscereste il Cavaliere in questo archetipo? Proprio no, al premier è stata sempre contestata un’incontenibile pulsione all’esternazione, non ama avvolgersi nella segretezza e nel silenzio. E qualcuno dei suoi sostenitori aggiunge: purtroppo.
Sulla vicenda Unipol e sulla tentata scalata alla Bnl il premier ha saputo delle cose, che magari non interessano il codice penale, ma interessano il galateo vero e profondo della politica, specificamente per la parte che riguarda il comportamento sul terreno scivoloso dei rapporti con l’economia e la finanza. Avrebbe dovuto tacere? Perché?
Il leader del centrodestra – che da anni è destinatario di valanghe di illazioni infamanti e cervellotiche – ha raggiunto la ragionevole certezza che i vertici della Quercia non si sono limitati a fare il tifo per Consorte, ma si sono adoperati perché il massimo dirigente Unipol riuscisse a conquistare la sua banca. La loro banca, perché la Coop sei tu. Questo interessamento – Berlusconi lo sa e lo ha detto - è penalmente irrilevante, ma politicamente conterà qualcosa? Conterà per quei dirigenti che fino a ieri hanno vantato un rapporto privilegiato con l’etica superiore e che hanno ostentato una speciale diversità morale e fors’anche antropologica?
Il Cavaliere quel che sapeva l’ha anticipato in un pubblico dibattito – nelle democrazie si usa – ma è stato subito zittito: «Vada dai magistrati». E c’è andato, anche perché in caso contrario gli avrebbero dato del mentitore patentato, del mestatore.
La versione fornita da Berlusconi è verificabile, controllabile e nella sostanza non è stata smentita. Secondo questa ricostruzione, Massimo D’Alema e altri dirigenti dell’opposizione hanno voluto incontrare il presidente delle Generali Bernheim per convincerlo a cedere il pacchetto delle azioni Bnl che controllava al compagno Consorte.
D’Alema grida allo spionaggio, ma non chiarisce. Dice che può incontrare chi vuole e nessuno può imputargli di vedere qualcuno. Oh, certo, la riservatezza del presidente Ds è teoricamente sacra, ma anche Valentino Parlato riconosce che la privatezza dei leader e delle figure pubbliche è meno privata di quella del signor Rossi. Continui, D’Alema, a pranzare con chi vuole, ma spieghi agli italiani di che cosa ha parlato con Bernheim, dica, se può, che non ha mai speso una parola per aiutare Consorte a realizzare i suoi sogni di Paperone cooperativo. E si facciano avanti anche gli altri commensali. A smentire. Ma possono farlo?
Ed è sul nodo centrale della vicenda, sul rapporto antico e consolidato di collateralismo non disinteressato fra Ds (eredi di chi sappiamo) e cooperative rosse che i giornali dovrebbero incalzare D’Alema e compagni. E invece fanno del manierismo parapolitico, esercizi di falso stile in chiave minimalista. Contro il solito Cavaliere che non vuole assolutamente star zitto e digerire gli insulti.