«I premi fanno piacere ma preferirei lavorare»

SienaLa ragazza è spiritosa, non si prende sul serio, porta in giro con eleganza la sua «catanesità», tutta occhioni neri e voce roca. Chiedi a Donatella Finocchiaro, migliore attrice protagonista al Festival di Roma 2008 per Galantuomini, ora candidata ai Nastri d’argento per lo stesso ruolo di tosta boss della mafia salentina, come ci si sente ad essere così ammirata dalla critica. Risponde: «Bene, però preferirei lavorare. Francamente non giro un film da un anno e mezzo». L’attrice siciliana, con laurea in Giurisprudenza, è a Siena in veste di giurata, nel quadro della quarta Festa del documentario «Hai visto mai?», pilotata da Luca Zingaretti.
Magari è la crisi. Si fanno meno film, il pubblico cala, vince solo la commedia. Però non può lamentarsi: nel 2002, debuttando con «Angela» di Roberta Torre, si ritrovò subito alla Quinzaine di Cannes.
«Non mi lamento. Fu un’esperienza eccitante. Facevo il coro in una trilogia sulla tragedia greca, dovetti chiedere un permesso a Ronconi per salire tre giorni a Cannes. All’uscita dal film i francesi ti dicevano pure “grazie”. Qui non succede. Basta non montarsi la testa, non diventare attori anche nella vita di tutti i giorni. Magari mi ha aiutato l’età: avevo 31 anni, ero già cresciutella, con i piedi ben piantati per terra».
Non lavorerà da un anno e mezzo per il cinema. Però c’è in vista un altro film con la Torre. Vero?
«Vero. Si chiama La santa. Una storia molto bella, intensa. Faccio la mamma. Una mamma particolare, piuttosto cinica. Invento un business attorno alle presunte facoltà miracolose di mia figlia, una ragazzina di dieci anni. Ciechi, malati, depressi fanno la fila per farsi ascoltare da lei, si crea una sorta di leggenda. E io, giocando sulla credulità della gente, ne approfitto. Ma è solo l’inizio di un processo curioso. Il successo stravolge le dinamiche della famiglia, e tuttavia rinforza il legame tra madre e figlia, fa affiorare inattese affinità».
Bellocchio, Calopresti, Tavarelli, Ferrario, Porporati, Andò, Winspeare, solo per citare alcuni dei suoi registi. Mica male. Un sogno nel cassetto?
«Matteo Garrone. Sono professionalmente innamorata di lui. Stupisce sempre, per lo stile visivo, il piglio nel dirigere gli attori. Ma anche Sorrentino. E - perché no? - Verdone. Mi chiamano sempre per parti drammatiche, magari sarà questa faccia. Ma io ho fatto da spalla anche alla Littizzetto di Se devo essere sincera. So far ridere, mi creda».
Le credo. Dicono che lei si vergogni a girare le scene di sesso. Ultimamente capita spesso.
«Sì, mi vergogno. Mi preoccupa spogliarmi. Quelle scene le giri con l’attore, il regista, l’operatore e il microfonista. Ma poi sullo schermo ti vedono in tanti. Le faccio, se sono necessarie. Però non possiedo la disinvoltura della mia amica Claudia Gerini. Lei gira nuda come se niente fosse. Se la ricorda in Viaggio segreto? Io invece mi imbarazzo. Ne sanno qualcosa Andrea Di Stefano e Fabrizio Gifuni».
Tra un film e l’altro che cosa fa per guadagnare?
«Ho girato un episodio della serie tv Crimini, per Raidue, tratta da Lucarelli. Sono una soldatessa di stanza ad Ancona, rapita dal killer Rolando Ravello. Ora mi aspetta un’opera prima, Sulla strada di casa, accanto a Daniele Liotti».
Soldi pochini, immagino.
«Sì, ma non lamentiamoci. Noi attori sempre baciati dall’Olimpo siamo. In due mesi guadagniamo quanto una persona normale in un anno. E ci divertiamo pure... qualche volta».