«I preti extracomunitari salveranno le parrocchie»

Crisi delle vocazioni e preti anziani. La media ha 60 anni, il 42% più di 65

Enza Cusmai

da Milano

La popolazione italiana invecchia, il clero pure. I sacerdoti hanno in media 60 anni, uno su quattro ha superato i 65. Tempo 20 anni, le parrocchie saranno affidate alle cure di parroci extracomunitari. Si parla già di accorpamenti, di riorganizzazione, ma il campanello d’allarme è suonato. Bisogna correre ai ripari, fronteggiare l’emergenza dell’inarrestabile calo delle vocazioni, pena la perdita d’identità del clero italiano. Ne è consapevole il segretario generale dei vescovi italiani, mons. Giuseppe Betori che avverte: «Nel giro di qualche lustro l’Italia si potrebbe ritrovare con un clero diocesano con origini straniere». Di più. «Quella sacerdotale potrebbe diventare una professione etnicizzata» così come avviene per tante situazioni lavorative.
Arrivano gli stranieri. Il fenomeno rilevato dallo studio «La parabola del Clero», commissionato dalla stessa Cei alla laicissima Fondazione “Giovanni Agnelli” è già in lenta ma inesorabile crescita. L’esercito dei sacerdoti extracomunitari in servizio nelle parrocchie conta già 1.500 volontari, cioè il 4,5% del totale. E solo grazie alla loro presenza molti centri non hanno chiuso i battenti. La regione con il maggior numero di preti stranieri è il Lazio, seguito da Toscana, Umbria, Abruzzo e Molise. Al Nord, invece, le tonache straniere stentano a radicare, soprattutto in Lombardia, dove la quota non raggiunge neppure l’1%. E la gestione delle parrocchie viene affidata a organizzazioni esterne (nel 23% dei casi).
Preti anziani. La penuria delle vocazioni crea dunque danni a cascata. E il numero dei sacerdoti in Italia è destinato inevitabilmente a diminuire, passando dai 33 mila di oggi ai 23 mila del 2023. Il sacerdote diocesano ha mediamente 60 anni, ma il 42,3% ha superato i 65. I preti che invece hanno 80 anni raggiungono il 12%. Nelle Marche vivono i sacerdoti più longevi, nel Lazio quelli più giovani. I preti con meno di 40anni non raggiungono il 20% della popolazione diocesana. Le regioni con il più alto numero di preti sono la Lombardia e il Triveneto, ma il dato che conta è quello della maggiore densità di sacerdoti rispetto alla popolazione: in questo caso l'Umbria, regione mistica per eccellenza, conquista il primo posto, l’ultimo posto invece va alla Campania.
Preti come gli psicologi. La densità di sacerdoti in Italia è passata dall'1 per mille del 1951, all'attuale 0,56 per mille. Ci sono meno preti che psicologi: questi ultimi, con lo 0,6 per mille, superano per densità, sia pure di poco, i sacerdoti.
Parrocchie in via d’estinzione. Meno preti, meno centri di accoglienza per i giovani e i fedeli. La struttura parrocchiale rischia di entrare in profonda crisi: se la tendenza alla diminuzione dei preti rimarrà quella disegnata dalla ricerca molte di esse resteranno senza guida pastorale. Così è certo che si punterà a una profonda riorganizzazione in chiave qualitativa più che quantitativa. «Fra vent'anni la Chiesa cattolica - scrivono gli esperti della fondazione, Luca Diotallevi e Stefano Molina - avrà certamente un aspetto molto diverso da quello di oggi». Cambierà, infatti, la geografia delle parrocchie, il loro modo di funzionare e, a causa della penuria nel reperire sacerdoti, ci saranno contraccolpi anche sui servizi erogati ai fedeli. In assenza di «una rapida diffusione delle politiche attive di reclutamento», la situazione potrebbe complicarsi ulteriormente.
La Chiesa fa autocritica. Il rapporto non è tranquillizzante. Ma la Chiesa non si sente «con l'acqua alla gola», perché, secondo monsignor Betori «c’è il tempo per intervenire con strategie e programmi» che le consentiranno di essere sempre di più al passo con i tempi. «Questo studio - ha aggiunto Betori - ci toglie certezze e paure in eccesso, più che darci risposte da eseguire meccanicamente. E questo crediamo sia qualcosa di ancora più prezioso», perché «dobbiamo ricomprendere meglio e ripresentare meglio il profilo del prete» che è «più urgente che riportare comunque i ranghi alla numerosità del passato».