I prezzi «politici» al Senato durano neppure due giorni Ma la pacchia non è finita

Giacomo Susca

Alla buvette del Senato ieri all’ora di pranzo c’era la ressa delle grandi occasioni, in barba ai ristoranti svuotati dalla crisi. Come dar loro torto? Caffè a 42 centesimi, spremuta a 92 centesimi, tramezzino a 96. Panino al prosciutto un po’ più caro a dire il vero (1,17 euro). E poi il cappuccino a 58 cent, il tè a 84, la birra a 1,60 euro. Ciliegina sulla torta? Il pasticcino: 46 centesimi. Prezzi più bassi del 20% rispetto al solito. Omaggio della nuova società, la Compass, che ha vinto la gara per i servizi di ristorazione di Palazzo Madama. Un cadeau che è durato poco, lo spazio di due giorni. Fino a quando il presidente del Senato, Renato Schifani, ha detto «stop». Si ritorna ai prezzi (ridicoli) di prima. La differenza, bontà loro, andrà in beneficenza. Promettono.
Scontrini alla mano, una famiglia italiana spende in media 466 euro al mese per fare la spesa. Lo dice la Coldiretti. Ai prezzi di ieri, 5,92 euro per un pasto completo, un senatore qualsiasi - con uno stipendio mensile sui 15mila euro - alla buvette di Palazzo Madama poteva mangiarci due mesi e mezzo di fila, sabati e domeniche comprese (intanto loro fanno il weekend lungo), primo-secondo-contorno-dolce-frutta e caffè. Non tirate in ballo sempre la Casta, per carità. Loro vi risponderanno che l’hanno fatto per risparmiare: d’altra parte la ristorazione al Senato c’è costata già 1 milione e 427mila euro all’anno, perciò era il caso di tirare la cinghia. Al bar della Camera non è che i 30 camerieri se la passino peggio. Anzi. Da giugno avranno una «promozione» dal primo al secondo livello, con il conseguente aumento di stipendi e pensioni. Gli addetti alle cucine, già inquadrati al livello superiore, saranno anche loro accontentati con un aggiustamento al rialzo in busta paga. Stesso discorso per gli autisti. Per non lasciare a bocca asciutta neppure i circa 300 dipendenti assunti a Montecitorio dopo il 2001, ecco un bel dono fuori stagione: i vitalizi verranno calcolati con il sistema retributivo e non, come per i comuni lavoratori, in base a quello contributivo. Per gli addetti all’altra Camera, comunque, il trattamento assicurato è identico. Tutti sistemati, tutti felici e contenti, ma soprattutto con le tasche più piene.
Eppure i senatori dal portafoglio capiente e dal braccino corto non sono i soli a dare il cattivo esempio. Ci sono casi di mal costume da Nord a Sud, e senza distinzione di appartenenza ai partiti. Per capire l’entità del disastro causato da piccoli e grandi, nascosti o lampanti sprechi, ecco quanto messo nero su bianco ancora dalla Corte dei Conti. In dieci anni (dal ’97 al 2007) l’Italia degli amministratori cicala è stata capace di bruciare 70 miliardi per mantenere in vita 110 enti inutili e sostenere le spese folli di Regioni, Province, 8mila Comuni di cui trequarti con meno di 5mila abitanti. Cioè di «disperdere i benefici che l’ingresso nell’euro ha avuto nella riduzione degli interessi sul debito pubblico».
Volete qualche esempio? I consiglieri regionali campani, già premiati con emolumenti da 4.500 a 6.500 euro/mese, si sono «automedagliati» in oro massiccio su generosa iniziativa del Consiglio. In Calabria, qualche anno fa, era successa la stessa cosa, ma la Corte dei Conti ha costretto i consiglieri generosi a ripagare la medaglia (e le Montblanc, le agende in pelle e altri preziosi accessori) con gli interessi. Una volta tanto.
Ma non chiamatela Casta. Anzi, ricordate loro che ci sono (per fortuna) anche amministratori low cost che limano di due euro i gettoni di presenza, come a Osnago (Lecco), accontentandosi di 16 euro a seduta. O che a Saluggia (Vercelli) lavorano gratis, e coi soldi risparmiati distribuiscono social card comunali. Ci sono sindaci che rinunciano all’auto blu in cambio di un bus ecologico, come Alemanno a Roma, o che la mettono all’asta (vedi Agrigento) per guadagnare una discreta sommetta da mettere a disposizione di tutti i cittadini.
Già, il passaggio all’euro. Che importa, è un problema nel supermercato all’angolo. Tanto il tè e i biscotti al Senato li offrono a 1 euro e 84 centesimi. Precisi e puntualissimi. Come le (nostre) tasse.