I primi passi di Sordi all’«Augustus» di corso Buenos Aires

L’Albertone nazionale «Pignasecca» con Govi e protagonista in riviera

Leggenda vuole che, quando venne espulso a soli sedici anni dall'Accademia dei Filodrammatici di Milano da una lungimirante e perspicace insegnante di dizione, a causa della sua pesante ed evidentemente immodificabile cadenza capitolina, lui fece spallucce e come molti lustri più tardi innalzò a manifesto di uno dei suoi innumerevoli personaggi azzeccati, il marchese Onofrio del Grillo, disse: «Io so’ io e voi nun’ siete un ca...».
Alberto Sordi nasce il 15 giugno del 1920 a Roma, in via San Cosimato nel cuore di Trastevere, da Pietro Sordi, direttore d'orchestra e concertista presso il teatro dell'opera di Roma, e Maria Righetti, insegnante. Già a dieci anni durante la scuola elementare girava l'Italia con la piccola compagnia del «Teatrino delle marionette», e cantando da soprano nel coro della Cappella Sistina, fino alla prematura trasformazione da voce bianca a quella di basso, diventata poi una delle sue caratteristiche distintive più apprezzate sul set.
Una delle icone immortali della romanità nella storia, ebbe però le prime possibilità reali di calcare le tavole del palcoscenico, proprio nella nostra città, che in seguito continuò indirettamente a riscaldarne gli esordi.
La Betlemme artistica di Alberto Sordi a Genova fu il Teatro Augustus di Corso Buenos Aires obiettivo miracolosamente risparmiato dai bombardamenti aerei, perché alla fine del conflitto quasi tutti i teatri liguri risultarono inagibili o completamente distrutti. La sorte avversa toccò al «Chiabrera» di Savona (che riaprirà i battenti solamente nel 1962) e ai teatri di La Spezia, Imperia e Genova, eccezion fatta per l' «Augustus», che fu l'unico a non subire ferite, lungi ancora dall'essere trasformato in una sala Bingo, ma ancora luccicante palcoscenico, dove pochi anni dopo si esibì Louis Armstrong al culmine di un epoca, nella quale la «Superba» era ancora la culla del teatro italiano con la più alta densità di prosceni del paese.
Nel 1937, grazie alla vittoria del concorso della Metro Goldwyn Mayer come doppiatore di Oliver Hardy e Stan Laurel, Sordi ottiene il suo primo lavoro nell'avanspettacolo e debutta con il nome d'arte di Albert Odisor dove viene notato dal già celebre Aldo Fabrizi, che lo chiamerà nella sua compagnia formata con Anna Fougez. Nel 1945 passa ad una commedia di Garinei e Giovannini, due giovani ed allora solo promettenti autori teatrali, grazie ad una scrittura nella rivista «Soffia, so’...» diretta da Mario Mattoli, regista feticcio delle arcinote commedie di Totò e Peppino degli anni cinquanta-sessanta.
Sono momenti difficili per il genere, con polemiche in agguato e con un pubblico in sala suscettibile per le ferite di guerra ancora aperte, situazione collimata proprio a Genova, durante una scena in cui Sordi interpretava lo sketch del balilla che fece da miccia a violenti tumulti in sala. Muovendo i primi passi di una carriera che nessuno gli prospettava né lunga né vincente, lo troviamo in un ruolo secondario nel film «Che Tempi!», girato a Genova nel 1947 per la regia di Giorgio Bianchi, pellicola che ci tramanda tutta una serie di immagini di una Genova ormai perduta con impagabili scene girate in una Circonvallazione a mare o in una Piazza Acquaverde ben diversa dai nostri tempi, una città sempre ferita dalle bombe ma ancora all'antica. Il film era la trasposizione cinematografica di «Pignasecca e Pignaverde», un classico del repertorio di Gilberto Govi, e venne interpretato da un cast di attori quali Gilberto Govi, Lea Padovani, Paolo Stoppa, Anna Caroli, Daniele Chiapparono ed un altro giovane talento che rivoluzionerà cinema e teatro nei decenni a seguire: Walter Chiari.
Alberto Sordi, ancora utilizzato in ruoli minori, dava vita al figlio dell'imprenditore argentino che costituendo una filiale genovese della propria impresa permetterà ad Eugenio, tornato dopo sette anni dall'Argentina con la fortuna in tasca (da qui il titolo), di sposare finalmente Anna, strappando il consenso del padre, interpretato da Gilberto Govi.
Dieci anni dopo nel 1958, già star di Cinecittà grazie a «Un americano a Roma», torna in Liguria per girare «Racconti d'Estate» le cui riprese vennero effettuate quasi completamente nel borgo di Spotorno, in provincia di Savona, il film manifesto di un'epoca, quella del «boom» economico e delle prime vacanze di massa in Riviera, diretto da Gianni Franciolini, da un'idea di Alberto Moravia e interpretato da un cast d'eccezione che comprendeva Marcello Mastroianni, Alberto Sordi, Michèle Morgan, e Sylva Koscina.
La sceneggiatura gracile gracile parla della solita serie di amori al mare in una Rapallo scintillante dove le storie si intrecciano: quella di un commissario di polizia (Marcello Mastroianni) e quella di un amministratore (Alberto Sordi). Quest'ultimo ritrova una vecchia fiamma ma la storia si complica improvvisamente ed il pimpante amministratore si trova ricattato dall'amante. Il commissario Mastroianni si riesce invece ad impelagare con una vera e propria ladra e la bellezza di lei (Michèle Morgan) fa nascere i soliti intrighi ed equivoci.
Precursore dei film «balneari» anni 80 alla Vanzina, la pellicola contava su una sceneggiatura realizzata da due «mostri sacri» quali Sergio Amidei ed Ennio Flaiano.
Alberto Sordi morì il 25 febbraio 2003, venerato e pluripremiato da critica e pubblico, ma ancora inseguito da pelose voci di corridoio sulle sue simpatie politiche durante la guerra e soprattutto su di una sua parsimonia.
Pochi sanno però della sua generosità. Mai ostentata. Pochi anni prima di spegnersi donò un terreno del valore di nove miliardi di lire per la costruzione di un ospedale: unica condizione imposta fu quella che la struttura comprendesse un reparto di geriatria e una scuola per infermieri a livello universitario. Dopo «Nestore l'ultima corsa» del 1992 incassò la gratitudine sia degli anziani, sia di quanti hanno a cuore la sorte degli animali. Infatti si prodigò tantissimo per rendere ai primi quanto l'abbandono quotidiano toglie ai secondi. Inoltre consegnò all'ospizio Don Orione di Genova le apparecchiature per una sala cinematografica. Alle scolaresche che affollavano sempre le sue conferenze non si stancò di raccomandare: «Se avete nonni in casa teneteveli stretti. Con la loro esperienza sono un patrimonio, meglio di un'enciclopedia».
A chi gli chiese come si immaginasse il Padre Eterno lui replicò: «Un tipo severo ma buono, comprensivo. Un tipo che non puoi frega’ perché se ne accorge. E anche simpatico. Ce possiamo fa’ du’ risate insieme».