I privilegi di Sky: monopolio e Iva fra le più basse d’Europa

La campagna di Sky contro il ritocco dell’Iva non smorza i toni, anzi. I nuovi spot puntano il dito sugli altri prodotti agevolati dall’imposta al 10% (come dire: se fate lo sconto a loro perché a noi no?). Nell’allegato della legge cui Sky fa riferimento si trovano generi alimentari (carni, latte, uova, ortaggi), servizi primari (energia elettrica) e altri prodotti considerati «meritevoli» - a vario titolo - di un premio fiscale (medicinali, contratti teatrali, petrolio per uso agricolo o pesca etc). Nel 20% ricadono invece generi considerati non indispensabili: pellicce, tappeti, auto, moto, etc... La domanda, al fondo, sembra essere: Sky è un prodotto di largo consumo o è un bene di lusso, per ricchi? Molti, anche nel Pd, hanno sottolineato il paradosso del centrosinistra che snobba la Social card (40 euro al mese per i meno abbienti) e leva gli scudi per l’aumento dell’Iva a Sky (5 euro in più per abbonato). Un adeguamento fiscale (dopo 13 anni) che porterebbe liquidità nelle casse pubbliche (per questo sul Sole24Ore Franco De Benedetti si è stupito della polemica incentrata sul conflitto di interessi) e che va a toccare un colosso dell’editoria mondiale.
Diritti o privilegi? Il decoder proprietario, la possibilità di decidere chi e dove far entrare nella piattaforma, il protrarsi del regime fiscale introdotto all’inizio (nel 1995) per agevolare un nuovo soggetto; per questo molti ora parlano di un trattamento di riguardo per Sky. Tra l’altro, i nemici dello sconto fiscale alla pay tv 13 anni fa erano gli stessi che ora accusano il governo per la norma: Vincenzo Visco (Pd), Vincenzo Vita (Pd), e anche Romano Prodi al tempo.
Altro capitolo: l’investimento sul cinema italiano. La legge dice che le tv devono spendere una percentuale fissa del ricavo netto in film italiani. Per le pay-tv viene calcolato però sul fatturato pubblicitario e sul ricavo da abbonamenti legati al cinema, non sul totale assoluto dei ricavi. Dire quanto è obbligata a investire Sky è quindi difficile. Nel 2007 Sky ha investito parecchio, 80 milioni di euro. Rai e Mediaset, però, rispettivamente 420 milioni e 300 milioni.
In Europa l’Iva sulle pay tv supera il 10% quasi ovunque, con picchi minimi e massimi in Francia (5,5%) e in Svezia (25%). È curioso che in Gran Bretagna, dove c’è la più florida società europea del gruppo Newscorp, cioè BSkyB (9 milioni di abbonati), l’Iva sia al 17,5%, cioè piuttosto alta. In Germania è al 19%, in Spagna al 16%, in Irlanda al 21%, in Olanda al 19%. Insomma se il nuovo regime fiscale collocherebbe l’Italia tra i paesi più rigidi, quello tenuto finora per Sky è stato tra i più morbidi d’Europa.
In questo contesto - non certo ostile - Sky ha raggiunto risultati eccellenti, come dimostra la «promozione» europea di molti suoi top manager. I ricavi hanno avuto un trend eccezionale dall’esordio ad oggi: sono cresciuti da un tasso medio annuo di circa il 20% passando da 1,5 miliardi nel 2003 a 2,5 miliardi nel 2007. Anche i margini hanno registrato un’ottima dinamica, diventando positivi già a partire dal terzo anno dal lancio della piattaforma.
Un rapporto dell’istituto ItMedia Consulting, intitolato significativamente «Il sorpasso di Sky», prevede che entro due anni la pay-tv satellitare sarà il primo operatore italiano per quote di mercato (pubblicità, abbonamenti pay, canone Rai). Attualmente Sky è il terzo polo con il 30% del mercato tv, superata da Rai (34%) e da Mediaset (32%), ma secondo gli analisti nel 2010 l’emittente di Murdoch dovrebbe avanzare i suoi competitor di un punto. Sky possiede anche una discreta fetta di introiti da pubblicità, stimato in oltre 200 milioni per l’ultimo anno, e destinata a crescere.