I privilegiati del Toga Express

Non rompete, la Giustizia italiana funziona benissimo. Sono passati 13 giorni da quando Antonio Di Pietro è stato denunciato per offesa al Capo dello Stato: e ieri è stato scagionato. Tredici giorni affinché il pm Giancarlo Amato compisse «una lettura attenta» e archiviasse con un fiume di motivazioni. Questo alla Procura di Roma, dipinta come ingolfatissima: solito vittimismo, propaganda. Raccontano che i processi, in Italia, durino più che in ogni altro Paese europeo: minimo cinque anni per un penale, da otto a trenta per una qualsiasi causa civile, sette anni e mezzo per un divorzio, quattro anni per un’esecuzione immobiliare. Dati chiaramente falsi.

Non è vero che a Milano, come racconta Luigi Ferrarella nel suo «Fine pena mai» (il Saggiatore), un processo per usura vada in primo grado in sette anni. Di Pietro dimostrò che la Giustizia è celerrima già da Mani pulite, quando alcuni personaggi (solo alcuni, peccato) giunsero al terzo grado di giudizio in solo tre anni. E lo dimostrò quando cominciò a querelare: un’intervista contro di lui, uscita su Repubblica il 5 febbraio 1997, andò a giudizio in meno di due mesi, il 3 aprile successivo. E che la Giustizia non perda tempo lo dimostrò anche a Brescia, quando evitò ogni processo a suo danno (prestiti, Mercedes, case eccetera) incassando una serie di «non luoghi a procedere» che per qualsiasi altro cittadino, dissero i malevoli con le statistiche in mano, si sarebbero tradotti in automatici rinvii a giudizio. Lui se la cavò in sei ore.

Quindi dev’essere falso che a Strasburgo il nostro Paese batta chiunque per condanne legate alla durata dei processi: dieci volte più della Francia e cinquanta volte più della Gran Bretagna. In realtà è veloce e persino discreta, la nostra Giustizia: come quando a Napoli, per interrogare Di Pietro nel gennaio scorso, fecero allontanare giornalisti e fotografi grazie a una disposizione ad horas del procuratore generale. Intanto, ecco: nel Milanese un’ucraina di 23 anni è stata seviziata, semi-violentata e poi scaraventata dal sesto piano, il Giornale ne parla all’interno; ora lei vive sulla sedia a rotelle e il branco che l’ha resa invalida è stato riconosciuto e denunciato, perché sono connazionali che vivono ancora tutti lì vicino a lei, indisturbati. A sette mesi dal tentato omicidio, dicono, la Procura non ha ancora mosso un dito. Un misero volo dalla finestra può aspettare: era un’ucraina, mica un anarchico.