I processi a senso unico che hanno smontato i teoremi dell’Antimafia

Gava, Mannino, Pinto: tre assoluzioni in pochi giorni dopo anni di inchieste fatte con metodi al limite della legge

Nel giro di qualche settimana il postino ha bussato tre volte alla porta dei professionisti dell'antimafia. Gli hanno scritto Gava, Mannino e Pinto. Il mese scorso Antonio Gava è stato assolto anche in appello con formula piena dall'accusa di concorso esterno in associazione camorristica; martedì 12 luglio Calogero Mannino ha avuto annullata con rinvio dalla Cassazione a sezione unite la condanna inflittagli in appello a 5 anni e 4 mesi per concorso esterno in associazione mafiosa; due giorni dopo, giovedì 14 luglio, Ferdinando Pinto ha avuta annullata dal secondo processo d'appello processo la condanna a 5 anni e 8 mesi per aver dato fuoco d'accordo con la 'ndrangheta al teatro Petruzzelli di Bari. I processi a Gava sono durati 13 anni, e manca ancora la Cassazione; i processi a Mannino sono durati 14 anni, e deve rifare l'appello e aspettare di nuovo la Cassazione; anche i processi a Pinto sono durati 14 anni, e dovrà intervenire nuovamente la Cassazione.
Gava è stato processato in Corte d'Assise assieme a un'ottantina di camorristi estortori e assassini, ha subito due ictus, un infarto, l'asportazione di mezzo apparato urinario, il diabete, otto o nove ricoveri in ospedale, due arresti in piena notte, con manette e televisioni allertate, un paio di settimane di arresti domiciliari, e il sequestro dei beni suoi e della moglie e dei figli. Mannino si è fatto 23 mesi, quasi due anni, tra il carcere e gli arresti domiciliari, ha perso 40 chili, in galera urinava sangue mentre lo invitavano a denunciare Andreotti, ché lo avrebbero liberato subito e nemmeno più processato; a Pinto è andata meglio, poche settimane di carcere e nessun malanno somatizzato, soltanto rovinata la brillante carriera di impresario teatrale e l'esilio forzato dalla sua città. I «pentiti» che accusavano Gava, i capi del clan della camorra Carmine Alfieri e Pasquale Galasso, non sono stati incriminati per calunnia, benché non siano stati creduti né dai giudici di primo grado né da quelli dell'appello, e si godono in libertà i miliardi accumulati con il crimine nelle loro ville con piscina. Alfieri ha dichiarato al processo che Gava veniva eletto con i voti della camorra: «Io indirettamente - ha detto - l'ho sempre votato». Antonio Gava è stato eletto ininterrottamente per vent'anni con centinaia di migliaia di voti di preferenza. È stato accertato che a Piazzolla di Nola, il cuore del regno camorristico di Carmine Alfieri, Gava nelle ultime elezioni in cui si è candidato, ha preso 6(sei)voti: con quello «indiretto» di Alfieri fanno 7.
Il «pentito» che accusava Mannino, il medico Gioacchino Pennino, notabile democristiano e mafioso clandestino, aveva chiesto allo Stato per il suo contratto di collaborazione 2 miliardi e mezzo di compensi straordinari. Il «pentito» che accusava Pinto, Salvatore Annacondia è stato portato a testimoniare in giro per l'Italia in quasi tutti i processi per mafia e per camorra e per 'ndrangheta, è stato portato ad accusare anche il segretario socialista Giacomo Mancini, anche lui alla fine prosciolto, non è stato mai creduto e mai processato per calunnia.
Contro Pinto è stato fatto di peggio, per accusarlo è stata messa in scena una macabra farsa. C'è agli atti del processo una cassetta videoregistrata da un capitano dei carabinieri per documentare un interrogatorio. Si vedono due uomini avvolti nei camici dei medici (ma ad un certo punto si capirà che sono i due pm dell'inchiesta) chini al capezzale di un moribondo nella clinica in cui sta per tirare le cuoia, un disgraziato agonizzante all'ultimo stadio per l'Aids e che, secondo la cartella clinica, «è già entrato in stato confusionale». I due pm vestiti da medici lo interrogano, vogliono strappargli una frase, una parola, un cenno con il dito che accusi il presunto responsabile del rogo del teatro. Lo incalzano, lo forzano, lo blandiscono, lo minacciano, introducono nella stanza del moribondo un carabiniere in divisa e un «informatore» incappucciato, che si rovescia sul letto e abbraccia lo sventurato e ne raccoglie gli ultimi rantoli, che vengono così verbalizzati dai Pm: «Il malato ha gli occhi chiusi, non risponde alle domande, diamo però atto che sta mimando, ha sollevato il dito mignolo a confermare che la persona indicata dall'informatore è magra (come Pinto), anche se non è stato in grado di firmare il verbale». Con questo verbale i due pm hanno inoltrato al gip, che lo ha firmato, il mandato d'arresto per Ferdinando Pinto. Al processo poi si è scoperto che l'«informatore» incappucciato faceva di professione il cartomante e aveva letto dell'incendio del teatro e dell'incendiario nel suo mazzo di carte da gioco: i giudici gli hanno creduto e hanno creduto ai rantoli del moribondo e hanno condannato Pinto in primo grado a 7 anni e mezzo di carcere.
Il processo di primo grado a Calogero Mannino è durato più di 5 anni e mezzo,con 280 udienze e una ventina di «pentiti». Il tribunale, dopo aver rivoltata come un calzino la vita pubblica e privata dell'imputato, alla inutile ricerca di un qualche riscontro, lo ha assolto con formula piena. All'appello, che è durato solo un anno, ed è stato affidato a una Corte composta di giudici militanti nella corrente militante di Magistratura democratica, ha assunto a sorpresa l'accusa Vittorio Teresi, lo stesso pm che aveva diretto le indagini e aveva sostenuto l'accusa al processo di primo grado: formalmente ciò è consentito dall'ordinamento, ma poteva quel magistrato seccamente e nettamente smentito dalla sentenza di primo grado, valutare serenamente e oggettivamente anche le ragioni dell'imputato e cercare, proprio lui, anche le prove che potevano scagionarlo, le prove che l'avrebbero smentito una seconda volta, e non cercare invece la rivincita? «In questo processo - ha detto l'avvocato di Mannino - c'è stato un unico inquisitore, che è diventato anche requirente, in primo e in secondo grado... L'occhiale con cui il pm ha visto i fatti è rimasto lo stesso, e addirittura la passione delle argomentazioni di primo grado si è trasformata in rancore in appello. La riproposizione sistematica degli stessi argomenti si è trasformata in invettiva nei confronti dei giudici del primo grado che li avevano bocciati assolvendo Mannino. Il pm ha messo in discussione persino la loro onestà intellettuale e ha definito la sentenza incoerente e lacunosa ed ha affermato che con quella sentenza i giudici avevano mostrato nostalgia per la vecchia mafia».
Li ha ricusati seccamente, quei giudici della Corte d'appello e la loro sentenza,dinanzi alle sezioni unite della Cassazione,il sostituto procuratore generale: «In questa sentenza non c'è nulla - ha gridato -. Nulla, mi sono trovato di fronte al nulla... La sentenza torna ossessivamente sugli stessi concetti, ma non c'è nulla che si lasci apprezzare in termini rigorosi e tecnici. Nulla che indichi un patto elettorale con la mafia, favori in cambio di voti, un patto così serio, preciso e concreto che la sua sola esistenza, con l'impegno e la coscienza da parte del politico, possa valere a sostanziare l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa... Questa sentenza costituisce un esempio negativo da mostrare agli uditori giudiziari, di come una sentenza non dovrebbe mai essere scritta...».
Ma al di là dell'odissea degli sventurati che ci sono capitati e del giudizio sulle indagini, sui processi, sulle sentenze, sui procuratori e sugli stessi giudici,è ormai il sistema che è esploso. E dappertutto: a Napoli, dove hanno processato Enzo Tortora e Silvio Gava, e la camorra dilaga come non mai; a Bari, dove hanno processato Ferdinando Pinto, e dove i magistrati e i giudici si azzannano selvaggiamente tra di loro,trascinandosi vicendevolmente in giudizio; a Palermo, dove hanno processato Mannino, e Contrada, e Carnevale, e Musotto, e Andreotti, e la mafia è diventata «invisibile» e la procura e i tribunali ora processano i carabinieri che hanno catturato il capo della mafia. Può reggere ancora questo sistema? Con questi inamovibili procuratori e questi volubili giudici, con queste leggi d'emergenza che sono diventate eterne, con questi falsi «pentiti» che sono intoccabili anche quando vengono definiti inattendibili e vengono sorpresi a mafiare di nuovo e ad uccidere? E possiamo veramente mandare a dirigere la Superprocura antimafia il magistrato che è stato il campione di questa sistema? Quante volte ancora dovrà bussare il postino alla porta dei professionisti dell'antimafia?
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