I prodi autonomi? Con Ferrante facevano peggio

Nel 2002 in corso Buenos Aires danneggiati negozi, banche e palazzi

Gianandrea Zagato

«Con il centrosinistra al governo i fatti di corso Buenos Aires non sarebbero mai accaduti». Certezza che l’ex prefetto offre ai milanesi e, attenzione, non solo per il passato. Bruno Ferrante non ha infatti dubbi neppure per il futuro, lui sa che il centrosinistra al governo salva Milano dalla guerriglia dei bravi ragazzi della sinistra. E se lo dice l’ex inquilino della Prefettura, uomo di dialogo e apertura, be’ come si possono sollevare diffidenze, scetticismi?
Aggettivi che però non suonano stonati riguardo a chi, come Ferrante, della sinistra non vorrebbe buttare via niente e, sia chiaro, neanche quei centri sociali dove l’illegalità si traduce nella sfida quotidiana alla città. Centri sociali «okkupati» che Ferrante conosce persino dall’interno, con la visita in grisaglia che fece in via Watteau, sede del Leonka, appena nominato prefetto: atto simbolico di una folgorazione che, oggi, lo spinge a sostenere «i fatti di corso Buenos Aires non sarebbero mai accaduti col centrosinistra al governo». Ma i fatti lo smentiscono, la cronaca della Milano che l’ha visto rappresentante del Governo è lì a ricordargli quello che, adesso, per ragioni di bottega dimentica e perfino reinventa. Storia di violenze che, sorpresa, hanno sempre come baricentro corso Buenos Aires.
Due chilometri di imbrattamenti ovvero trentacinque palazzi, sei banche e quattordici negozi danneggiati: una stima danni valutata centomila e più euro all’indomani del corteo no global del 25 aprile 2002. Negli archivi di Palazzo Diotti, sede della prefettura, c’è ancora memoria delle ferme proteste delle associazioni commercianti per quelle scritte ingiuriose - «dieci, cento, mille D’Antona», «bruciamo la città» - accompagnate dalle stelle anarchiche e da quelle a cinque punte delle Br che bombardarono l’arteria commerciale. Dossier fotografico dei commercianti «anche minacciati e insultati dagli autonomi del Vittoria, Torkiera e Baraonda» che un anno dopo, nel 2003, è riproposto a Ferrante in versione aggiornata. Ai prodi autonomi, stavolta, non bastano le scritte a tappeto sui muri e sulle vetrine: il 25 aprile 2003 danno alle fiamme i bancomat lungo corso Buenos Aires, buttano molotov dentro un negozio e esultano quando esplodono alcune vetture di servizio dei ghisa. «Tutte facce note in corteo, niente di nuovo» annotano i cronisti, «anzi, anche dando uno sguardo distratto tra le file dei partecipanti si poteva capire subito che non sarebbero state tutte rose e fiori».
Irriducibili con, si fa per dire, meta preferita Benetton, Stefanel e McDonald’s: «Chiederemo al prefetto di non concedere più autorizzazioni nel nostro corso perché siamo stanchi di subire danni e qui, sul corso, è ormai la regola». Ma la richiesta di Ascobaires resta inascoltata. E sempre dodici mesi dopo, sempre in occasione del 25 aprile, le telecamere riprendono ancora disordini lungo l’arteria commerciale d’eccellenza italiana. Bandiere bruciate, scontro con la polizia e sassaiole: copione dei duri e puri che democraticamente nascosti dalle kefiah se la prendono con Fabrizio Quattrocchi, i morti di Nassirya - «iNassirya? There’s a party» - e, all’altezza del civico 8 di Buenos Aires, occupano manu militare uno stabile. Sceneggiatura con tanto di bandiere americana e israeliana date alle fiamme e raffica di bulloni, blocchi di porfido, pezzi di metallo. Fotografia completata con vetrate rotte, auto distrutte e qualche agente finito all’ospedale. E Ferrante? Ennesima condanna e niente più. Passato da dimenticare, cancellare per l’aspirante sindaco del centrosinistra che, come ricorda Edmondo Berselli, è «il candidato di movimenti e gruppi della società civile che hanno condiviso il suo impegno nelle emergenze urbane e sociali». Opinione azzeccata: Ferrante è anche il candidato di quelli che hanno sempre «guastato» il 25 aprile. Ma anche il Primo Maggio, il 16 marzo e, alla faccia di Ferrante, ogni ricorrenza che gli garba.