I prodiani a Veltroni: niente accordi prima del 10 gennaio

Prodi avrebbe preferito convocare il vertice di maggioranza sulla legge elettorale a sessione di bilancio ancora aperta, per una ragione semplice. La necessità di approvare la Finanziaria e il ddl sul welfare avrebbe funzionato come forte arma di pressione per indurre Walter Veltroni a non «spaccare il centrosinistra» sulla riforma. Ma il leader del Pd, che il vertice non lo voleva proprio, è riuscito quanto meno ad ottenere il suo spostamento al 10 gennaio. Ora però Palazzo Chigi fa trapelare che quel summit dovrà servire a «trovare una posizione comune» del centrosinistra, un «punto d’incontro» come lo chiama la ministra Rosy Bindi, bellicosa portavoce dei riposti umori prodiani. Secondo la quale «non è pensabile una strategia parallela tra governo e Pd». Insomma, non può essere Veltroni a gestire in proprio la trattativa sulle regole elettorali. Tanto meno se sceglie Berlusconi come interlocutore. Prodi fa sapere che avvierà una serie di «incontri e colloqui» nella sua maggioranza. Sulle «priorità programmatiche», in vista della verifica reclamata da Rifondazione e non ancora fissata, ma anche sulle riforme. Tentando dunque di avocare a sè la regia della partita. E di costringere Veltroni a frenare: il timore dei cespugli unionisti e dei prodiani è che il sindaco voglia tentare una «forzatura» prima delle vacanze natalizie e del vertice. Facendo votare la bozza Bianco in commissione, con qualche modifica che la renda digeribile al Prc, e spedendola in aula. Per far trovare sul tavolo del 10 gennaio un fatto compiuto, e poi riaprire i giochi in Parlamento. Fuori dai ricatti di maggioranza.