I prof ora hanno paura della penna rossa

Non so come definirlo. Forse «complesso-Dickens» andrebbe bene. Un complesso che l'Inghilterra si porta da centocinquant'anni. Da quando il grande scrittore vittoriano fece conoscere al mondo i sistemi educativi in uso nelle scuole del regno (chi voglia saperne di più legga David Copperfield e Nicholas Nickleby), dove le maniere forti erano la regola e le maniere gentili l'eccezione (l'eccezione per uno come Steerforth, per esempio, il condiscepolo di Copperfield, giovane ricco e dal grande carisma), l'Inghilterra pare voler far di tutto per farsi perdonare. Il guaio è che per riparare ai danni causati, di guai ne fa altri: meno gravi (senza dubbio) di quelli del tempo di Dickens, ma sempre guai. Questi guai moderni sono l'eccessiva considerazione del giudizio degli allievi, la paura di urtare la loro suscettibilità, forse anche la paura di buscarle dai genitori (e non solo dai discendenti di Copperfield e di Nickleby). Nelle valutazioni scritte si evitano giudizi troppo netti. Meglio dire «non ancora del tutto sufficiente» che «insufficiente»; «assai vivace» che «indisciplinato»; «assorto in pensieri extrascolastici» che «distratto» eccetera.
Di recente è stato proposto di vietare alle scuole elementari del Regno l'uso (nelle comunicazioni scritte alle famiglie) dei termini «mamma» e «papà», per preferire quello più generico di «genitori». Questo per «non urtare la sensibilità di chi non appartiene a una famiglia tradizionale» (i «figli» di coppie omosessuali). E la sensibilità dei figli delle famiglie tradizionali? Mamma e papà sono nomi bellissimi, «genitori» è un termine asettico.
Un altro esempio. L'anno scorso, una circolare del ministro dell’Istruzione ha vietato agli alunni di alzare il braccio per intervenire nel discorso del professore, o per rispondere a una sua domanda (suppongo non si possa alzare la mano neppure per chiedere di andare in bagno, con relative spiacevoli conseguenze per chi deve pulire l'aula, oltre che per il diretto interessato). Voi vi domanderete perché. Presto detto. Secondo questo ministro, gli «alunni invisibili» (così sono definiti i timidi, gli introversi) sarebbero svantaggiati, al punto da «sviluppare complessi d'inferiorità» (ma come si sviluppano presto, in Inghilterra, i complessi d'inferiorità...).
Il complesso d'inferiorità, anzi il complesso di colpa, come abbiamo detto, ce l'ha l'Inghilterra. E invece di curarlo, lo alimenta. L'ultima è di ieri. Sempre più scuole britanniche stanno eliminando la penna (o matita) rossa, quella che da tempo immemorabile (e in tutta Europa) evidenziava gli errori gravi nei componimenti scritti. Il colore rosso è considerato «aggressivo» «minaccioso», «demotivante» per l'alunno, che potrebbe prendere a cornate il maestro-Dominguin e scaraventarlo in strada (una cornata più poderosa lo farebbe volare addirittura nella Torre di Londra, mettendolo nell'impossibilità di esprimere altri giudizi) o deprimerlo (potrebbe domandarsi se a questo punto è meglio «Essere o non essere»).
Ma allora come giudicare gli strafalcioni? Per esempio come censurare la parola «eccezzionale», o un calcolo aritmetico del tipo «2+2=1»? I Freud inglesi, ascoltato il parere dei Valentino o Armani londinesi, hanno stabilito che i colori da usare per la stagione scolastica in corso, sono blu, rosa, giallo, verde (il verde speranza della promozione). La parola «daltonismo» è inglese, e deriva da John Dalton, chimico e fisico inglese (1766-1844). Si tratta - come ognuno sa - di un'alterazione della percezione visiva dei colori, in particolare di rosso e verde. Dalton aveva insegnato per anni (guarda caso), e riuscì a descrivere tale disturbo, perché lui stesso ne soffriva.
Ho paura che molti professori inglesi soffrano di un tipo particolare di daltonismo: lo scambiare (il voler scambiare) le pecore nere per maialini rosa, dei quali non si getta nulla: neppure lo sterco-errore.