I profeti della spesa coi soldi degli altri

Farsi applaudire dagli intellettuali è un mestiere che ai politici piace parecchio, soprattutto quando è gratis. È più difficile quando ti tocca fare i conti con i bilanci, quando i conti sono in rosso, e per quanto giri una finanziaria trovi sempre un taglio che non si può evitare. Non è vero che la cultura non è importante, non è vero che è superflua, solo che quando devi rimettere in sesto i bilanci di un Paese non è che puoi far pagare tutto agli altri, ai commercianti, agli statali e agli operai, e risparmiare gli artisti. Il guaio è che questi ultimi, di solito, si offendono e accusano il governo di turno di lesa maestà. È quello che sta capitando in questi giorni. Ora il governo fa i conti della spesa e altri pezzi delle istituzioni coccolano il ceto degli intellettuali. Poveracci. Questo governo cafone non capisce le esigenze dell’arte.
Ci è cascato anche il Quirinale. Napolitano si è messo il vestito buono. Ha sospirato e ha detto che i tagli alla cultura sono una miseria umana, fanno male al Paese. «Mortificare la cultura non è la via per lo sviluppo». Bravo. Facile fare l’indignato con il portafoglio del governo. Stessa cosa Fini. Lui da tempo ci tiene a far sapere che rappresenta la destra moderna, quella che sa come parlare alle persone colte, quella che si premura di circondarsi di una corte di artisti. La sua destra non è più quella delle fogne, quella esclusa dai salotti buoni, quella che non andava da Fazio. Figurati se si faceva scappare l’occasione di schierarsi con le lamentele degli intellettuali. Non è mica Berlusconi che si limita a pubblicargli i libri. Lui piange per la loro sorte. Grida allo scandalo. Esprime solidarietà. E poi una lacrima anche per le imprese: «La Germania con l’ultima finanziaria ha investito 5 miliardi per la ricerca, credo che l’Italia avrebbe dovuto fare di più, se non altrettanto, visto che il nostro paese è formato da piccole e medie imprese».
Bravi tutti e due. Ma non si comportano da uomini di Stato. Colpiscono alle spalle il governo mentre cerca di mettere le toppe a questo Paese sbrandellato da una crisi economica che spaventa tutto il mondo. Perfino la Germania che sta meglio di noi e che sulla cultura ha sempre investito parecchio ha messo mani alle forbici, senza scandalo. Noi no. Noi non possiamo farlo. Bestemmia e sacrilegio.
La cultura è importante, ma siamo sicuri che la politica dei soldi a pioggia degli scorsi decenni abbia aiutato la creatività? Siamo sicuri che i soldi spesi per la cultura siano tutti necessari? Molti dei centri di cultura o dello spettacolo, del cinema e del teatro ricevevano soldi per merito o per clientela? Magari anche un settore importante come la cultura ha bisogno di razionalizzare le risorse. Quanti film inutili sono stati finanziati, quante prebende sono sacre, quante sagre spacciate per manifestazioni alte e nobili servono solo a ingrassare i portafogli di chi le organizza. Chi frequenta le commissioni che finanziano festival letterari e istituti si è trovato spesso a fare i conti con i «professionisti del finanziamento pubblico». Gente che campa millantando arte ma servendo carrozzoni inutili e banali. La cultura non può vivere di elemosina, ma neppure di fondi sperperati senza criterio. È facile gridare aiutiamo l’arte, più difficile salvare l’Italia dalla crisi economica. Fini e Napolitano lo sanno. Ma non sanno resistere agli applausi della sacra corte degli intellettuali. Lo spettacolo vada avanti e chi se ne frega degli sprechi. E se i conti non tornano? Ci penserà il governo a prendersi fischi e insulti.